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Stefano Sessa

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~Do More With Less
L'inchiostro che mi ha annerito l'anima

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...My Shelter...

July 04

Sugli scogli

 
Prendevo ozio sulle sponde di un mare conosciuto e sporco, sollevando le lenti scure dagli occhi quanto basta per assaporarne il colore autentico. Coccolavo con lo sguardo l'ondeggiare placido e ritmato di onde adesso d'un azzurro naturale e magico, assai più saporito di quel grigiastro tendente al verde smorto - visione regalata da quel paio di occhiali, che adesso sono poggiati con cura sugli scogli, in attesa. In attesa, già, così come tutte le mie fibre, protese verso il respiro delle acque, che continuavano a lambire, contraddittorie e serene, le spiaggie e queli scogli, sprigionando di tanto in tanto qualche schizzo dispettoso, che mi bagnava le scarpe o le caviglie. Sorridevo ancor più di rado, immaginando un dialogo silenzioso e continuo col mare. Così, provai a domandargli da quanto tempo era lì, a spazzare le terre emerse con la sua furia, ad accudire miliardi e miliardi di essere viventi fra le sue braccia, a nutrire tutti gli uomini e tutte le bestie dei suoi frutti e dei suoi doni. Ma la risposta si fece attendere, così a lungo che, ad un tempo, decisi di smettere di aspettarla e finii per non ascoltarla più, quando davvero avvenne, tant'è che i miei occhi troppo abituati all'oscurità inoltrata di decine di notti insonni, si alzarono al cielo, ammirando il celeste allegro del mattino. Quell'odore mi mancava da troppo tempo e in breve me ne inebrai, abbandonando le pupille dischiuse sotto le palpebre sempre meno leggere, che vanno a chiudersi repentine e inesorabili come spesse tende. Ai colori vivaci e accesi del giorno seguirono macchie rosse su sfondo nero, e rammentai degli incubi delle notti passate, cagionando in me un tremolio imprevviso e bizzarro, di quelli che per un istante, solo uno, sembrano toglierti il fiato, producendo, però, un brivido piacere, misto di terrore e aspettative, come quando si aspetta qualcosa, o qualcuno.
 
Ecco che i miei occhi tornarono all'orizzonte, confuso col mare senza limiti. Tanto tempo era passato, ma non ero rimasto con le mani in mano.
April 29

Neve

Orhan Pamuk
 
Sentì di nuovo quel dolore, che si diffondeva come un veleno dal ventre a tutto il corpo. Se queste erano le pene d'amore come le chiamavano gli altri, in esse non c'era nulla che dava felicità. Era consapevole che man mano che il suo amore per Ipek diventava sempre più profondo, queste crisi di sfiducia e pessimismo acceleravano. Pensò che quello che chiamavano amore fosse un sentimento di sfiducia, la paura di essere ingannato e di provare una delusione, ma visto che tutti ne parlavano non come di una sconfitta e una miseria, ma come di un fatto positivo, e, a volte, persino come di un evento di cui andar fieri, allora la sua situazione doveva essere un po' diversa. La cosa peggiore era, oltre al fatto che si faceva prendere dalle fissazioni mentre aspettava, pure che ritenesse comunque questi pensieri malati e paranoici. Nel medesimo istante, da una parte si faceva prendere da una fissazione paranoica, ma dal'altra sapeva che questi suoi pensieri erano assolutamente malati. A volte, per placare il suo dolore, e perché le brutte scende davanti agli occhi si cancellassero, faceva funzionare con tutte le sue forze la parte più logica della sua mente, non squilibrata dall'amore, e si liberava dell'insicurezza e dei pensieri spaventosi; però dopo un po' si avvelenava con una nuova preoccupazione.
April 13

Odore

 

Pioveva, pioveva e ancora pioveva, d’una pioggia fitta e beffarda, che crolla dal cielo giust’appunto per infradiciarti la giacca – sembrava pensare, unitamente a qualche probabile bestemmia, un passante, sul cui volto imbronciato mi fermai per qualche tempo a riflettere: gli avrei potuto attribuire non più di cinquant’anni, a primo acchito, ma quella smorfia infastidita, mentre cammina frettoloso e curvo, sotto un giornale disposto a mo’ di cappello sulla testa, lo invecchiava ingenerosamente. Tutti questi pensieri mi giravano sconclusionati nella testa, ma in verità la visione durò poco, perché quello subito sparì dietro un angolo, mentre io ero fermo nella mia auto, addossato al marciapiede: il motore era spento, ma il quadro vigile, tant’è che spesso azionavo i tergicristalli per dare una spazzata al mondo ed alzare il sipario di nebbia, permettendomi di controllare bene cosa m’accadesse lì intorno. Aspettavo, così, da un tempo indefinito, finché non vidi uscire, dal locale che avevo adocchiato da tempo, un uomo, che incedeva platealmente, ben ritto, schernendo la pioggia col suo ombrello, che pareva ripararlo come si conviene, mentre il nugolo di passanti si spostava, come se gli riconoscesse un’implicita autorità.

Il novello Mosè della città guadagnò rapidamente metri d’asfalto, finché non si accostò alla vettura, chinandosi un poco per guardare attraverso il finestrino: esitò solo qualche momento, poi aprì lo sportello e, con movimenti collaudati, rimpicciolì incredibilmente l’ombrello, scivolando all’interno dell’abitacolo. Una volta dentro, quando lo sportello si richiuse, riportandomi nel paradiso ovattato degli interni in pelle, l’atteso ospite tenne lo sguardo fisso di fronte a sé e solo dopo un tempo che parve davvero esagerato si voltò per guardarmi in faccia: in un gesto non troppo naturale, ci stringemmo la mano.

“Ti ho dato retta…” – prese a dire, lasciando la frase inconclusa come se non servisse aggiungere altro, in un dialogo che si annunciava striminzito almeno quanto i convenevoli che avevano funto da preambolo.

“Bene…” – mi limitai ad asserire, tradendo la soddisfazione con un sorriso sinistro, che si faceva largo sul volto come una smorfia ambigua ed, in breve, prese le fattezze di un’orribile ferita, come se sul viso si fosse aperta una voragine, che da sola poteva vomitare in giro le reali dimensioni di quel discorso, stomachevole almeno quanto quel vecchio barbone che camminava per la strada attirando su di sé il generale biasimo della marmaglia.

“Non avrei creduto…” – ancora una volta, non terminò il concetto, cambiando espressione come se quella, insieme a quelle poche parole, fosse sufficientemente esaustiva.

Sorrisi, ed in quel preciso momento, fra noi due, ci fu il sorpasso: in un immaginario circuito, avevo appena messo a segno un colpo spettacolare e, come per magia, ero diventato più alto, più autorevole ed, in definitiva, migliore di lui. Per diversi secondi assunsi un’aria saccente e fu palese che il ponte che s’era gettato fra noi due aveva unito sponde a diverse altitudini: ero fatto di un’altra pasta, oltre ogni dubbio, e potevo condurre il dialogo da dominatore, da vincente.

“Ne ero sicuro, invece…” – iniziai a dire, lasciando ad intendere che di lì a poco avrei concluso l’astrazione, ma temporeggiai volontariamente, per prolungare quel momento di trionfo, come il bambino che sonda con parsimonia le ultime patatine, relegando a quest’ultime un significato speciale – “Allora, com’è stato?”

Negli occhi dell’altro si ci poteva leggere lo stato d’animo, d’una eccitazione fuori dal comune, ma riuscì a dissimulare il tutto con un sorriso forzato, cui fece seguire un cenno d’assenso. Gli era piaciuto, era chiaro. Potevo leggergli il pensiero, sì, avrei potuto mettere la mano sul fuoco: sapevo cosa stava pensando. Già me lo immaginavo, al sicuro da occhi indiscreti, in una stanza, magari mal illuminata, di un posto isolato: era lì e vi conduceva qualcuno. I gemiti della donna riempivano quel rudere abbandonato quanto farebbero i latrati di un cane indisponente che disturba il sonno pomeridiano dei suoi padroni, innalzando i lamenti sin da sotto il cortile. Quei gemiti che potevo sentire anch’io, solo guardandolo negli occhi, in quegli occhi diversi, incapaci di camuffare quello che avevano visto e condotto il giorno prima.

L’odore di polvere accompagnava il misfatto, mentre immaginavo di essere lì, a “sentire” più che ad osservare: lì, all’angolo del soffitto, c’è la tela di un ragno, mentre di là una sedia con tre piedi; quindi un letto di un’altra epoca, ed ecco che la polvere nelle narici si unisce al tonfo del materasso che si piega sotto un duplice peso. I rumori che si mescolano, e l’odore inconfondibile del sangue che ti solletica il naso, ispirandoti…

December 15

Dicembre ha trenta giorni

 
Camminavo per una città vecchia di oltre duemila anni, stando a delle vecchissime leggende elleniche - e mi sembrava di passeggiare intorno alla nebbia, anche se di nebbia non ve n'era. Mi pareva tutto etereo, tutto lontano, tutto distante, come se quel posto non esistesse, come se, quella, fosse in realtà una città magica, e quasi mi aspettavo che da quei palazzi antichi, presto o tardi sarebbe spuntata una strega, vecchia e brutta, a maledirmi su una sudicia scopa.
 
Ero perso nelle mie sciocche congetture, mentre passeggiavo - ero in compagnia. Guardavo di tanto in tanto all'altra, ma non ci scambiavamo neppure una parola: ne avevamo spese troppe, fino a quel momento. A parlare ero stato soprattutto io. Ma, come tutto quello che m'era intorno, quei dialoghi sembravano irreali, quei momenti sembravano solo il frutto di un sogno tremendamente assurdo. Mi sentivo stranamente sereno.
 
Ci avvicinammo alla mia auto, era primo pomeriggio, ma avevamo mangiato poco o nulla. Ero affamato. Desideravo addentare qualcosa.
 
Entrammo, e gli sportelli si chiusero all'unisono. Lasciai passare qualche secondo così, senza motivo, a guardare oltre il cruscotto, poi mi decisi: le dita esplorarono lo stereo, accedendolo. Mandavo avanti le varie tracce, alla ricerca di una in particolare. Eccola, finalmente, la numero 35. Suoni e rumori iniziarono ad invadere l'abitacolo, ed io presi a parlare.
 
- La riconosci, questa?
- Sì.
 
§ "Dead as dead can be", my doctor tells me... but I just can't believe him, ever the optimistic one... §
 
- Te l'ho passata una volta, ricordi?
- Sì.
 
§ I'm sure of your ability to become my perfect enemy... Wake up and face me, don't play dead cause maybe... §
 
- Sai da dove l'ho presa?
- No.
 
§ Someday I will walk away and say, "You disappoint me"... maybe you better off this way... §
 
- Hai mai visto quel film, Constantine?
- Sì.
 
§ Leaning over you here, cold and catatonic... I catch a brief reflection of what you could and might have been... §
 
- C'è una scena dove Constantine va in un bar, il Moon Bar... scende le scale ed entra nel locale... ci sono luci soffuse, rosse... e parte questa musica... ricordi la scena?
- No.
 
§ It's your right and your ability... to become... my perfect enemy... §
 
- Intorno a lui ci sono molti vampiri... che addentano le loro prede... che mordono, succhiano il sangue... la ricordi adesso?
- Sì.
 
§ Wake up (cant' you)... and face me (came on now)... don't play dead (don't play dead)... §
 
- Sai cosa dice il testo di questa canzone?
 
§ Cause maybe (because maybe)... Someday I'll (someday I'll) walk away and say... §
 
- No.
 
§ You fucking disappoint me! §
 
- You fucking disappoint me... Mi deludi fottutamente.
 
Calò il silenzio, mentre ci fissavamo. La musica continuava a biascicare, mentre passai una mano dietro il sedile ed avvicinai leggermente il volto verso di lei.
 
- Voglio morderti, voglio morderti il collo...
- Perché?
- Perché te l'ho promesso...
- No...
 
Sorridevo debole, quasi socchiudendo gli occhi, lasciando che la musica scorresse, su quelle stesse note, narrando di una scenda di sangue e vampiri. Avevo sete.
 
- Rendimi le cose semplici, mostrami il collo...
November 21

I vostri commenti

 
Ognuno di voi mi conosce secondo un'angolatura, secondo una prospettiva;
ognuno di voi ha un'opinione di me che ha maturato nei giorni, nei mesi o nel corso degli anni, in base al mio modo di essere, di pormi, di parlare, di vivere, di pensare;
ognuno di voi ha imparato ad apprezzarmi o a disprezzarmi, a stimarmi o a biasimarmi, ad elogiarmi o a criticarmi, ad amarmi od odiarmi;
ognuno di voi raccoglie una parte di me, ed ognuno di voi è qualcosa per me.
 
Sembra un rebus senza soluzione, dove siamo tutti uno, nessuno e centomila, come insegna il maestro Pirandello.
Esistono tanti "io", tanti "tu", tanti "noi", tanti "loro", ma dov'è la verità?
La verità è che la verità cambia, come disse Nietzsche, ed ecco che noi per primi non ci conosciamo, ed allora... sì... ci rifugiamo nel giudizio degli altri, ma è un rifugio dal pavimento instabile, perché è mutevole, perché ogni occhio ci vede sotto una lente diversa, e con un colore differente.
 
Allora, che fare?
 
Voglio sorriderci. Scherzarci su.
 
Ed allora, non è per sorprendervi, che cambio radicalmente tono. Non è per sorprendervi, che lascio spazio a quel che voi mi avete detto, chiesto, quel che voi avete osservato.
 
E' bastato modificare la mia immagine personale del Messenger in un trionfo di nero puro, per raccogliere tante domande - e dare tante risposte.
 
Allora ridiamoci su, e iniziamo la carrellata dall'ovvio...
 

Valentina:  ke foto ke hai… si vede tutto :D
Stefano: è una difficilissima metafora sul colore dell’umore

 

...passando al ridicolo...

 

Roberto:  bella l’immagine personale

Stefano: grazie, è un quadro, si chiama ‘Negro al buio’

 

...al cupo...

 

Paola: stefano, leva questo avatar nero per piacere :(

Stefano: no, nero come l’anima

 

...al commento serioso e schizofrenico...

 

Simona: rappresenta l’intima essenza dell’espressione diversificata che ogni essere umano a seconda del suo umore e della sua personalità puo’ dare ad un’immagine del tutto anonima, in pratica non vuol dire un cazzo ma ognuno puo’ metterci dentro quello che vuole a seconda se gli tira o meno il culo

Stefano: ah… ti senti bene, Simo?

Simona:  no sono su di giri in questi giorni, in negativo e in positivo, e il fatto che alterni il negativo e il positivo così repentinamente mi destabilizza più di quanto di solito non faccia la mia innata lunaticità, ma sono sicura che quella domanda non era stata posta per sapere realmente come sto, dato che non te ne frega un cazzo y_y

Stefano: esattamente, non era quella la finalità; sai che questa conversazione verrà resa pubblica?

Simona: NO! Ma pubblica dove, poi?

Stefano: sul mio blog, sorridi!

Simona: cazzarola, allora sono vagamente importante! @_@ certo che sorrido! Mi degni di considerazione addirittura da sbattermi sul tuo blog! Sbattermi in senso metaforico… so che non sono degna di te manco a letto…

 

...senza dimenticarci dell'osservazione acuta...

 

Federica: è nero

Stefano: esattamente

Federica: perché?

Stefano: perché stanotte ho avuto gli incubi ma non me li ricordo bene, così ho pensato che uno sfondo completamente nero fosse il miglior modo per rappresentarli

Federica: anche ieri lo avevi XD

Stefano: cazzo, mi hai scoperto

 

...o dell'ingenuità...

 

Denise: carina l’immagine personale, dovresti metterci un faretto è scura

Stefano: hai ragione, ma non posso permettermi l’illuminazione

 

...e concludendo con il grottesco.

 

Flavia: tutto nero?

Stefano: sì, è una scelta opportuna, non trovi?

Flavia: se intendi l’assoluto mistero sì ^^’’

Stefano: no, assolutamente, è un omaggio a Barack Obama

 

 

Ma allora, se provassi a scrivere, come messaggio personale alla destra del nick, qualcosa che vada oltre la comune morale e ordinaria sensibilità? E' la volta di dare spazio alla frase "AAA cercasi un masochista", che ha avuto non minore successo.

Al solito, iniziamo dall'ovvio...

 

Alessandro: per quale motivo cerchi un masochista?

Stefano: così, tanto per picchiare qualcuno

 

...e diamo spazio alla proposta indecente...

 

Paola: masochista per--?

Stefano: sto cercando un masochista, tu sei disponibile?

Paola: ma anche no perché non lo sono

Stefano: non hai mai provato, non puoi dirlo con certezza

Paola: ma x cosa non ho capito?? Cmq non sono disponibileee :D

Stefano: magari per un rapporto sadomaso, che ne dici?

Paola: no

Stefano: non fare la preziosa, guarda che sono bravo col frustino

Paola: uno perché sei quasi mio fratello, due perché non ci tengo ad essere frustata

Stefano: come preferisci, hai perso un’occasione

Paola: ma a vuò finìììì?

 

...ma non tutte trovano un due di picche...

Stefano: avrai notato che cerco un masochista, ti offri come ai bei tempi?
Federica:  sono di buon umore quindi posso tollerare se vuoi sfogarti
Stefano: perfetto, ma questa volta non mi limiterò a sculacciarti, userò il frustino
Federica:  uau addirittura? :P è un avanzamento di livello? Oppure è peggiorata la mia condizione?
Stefano:  no, no, avanzi di livello, sei contenta?
Federica: ovviamente

 

...anche se c'è chi si lascia un po' andare...


Denise: cerki masokista, e perke maiii
Stefano: perché sono sadico e bastardo
Denise: ma ki dice così in realtà è un tenerone

 

...omettendo la continuazione, per non urtare la sensibilità di qualcuno, direi di concludere con l'osservazione arguta e seriosa...

Leandro: voglio dirti ke 6 un folle a scrivere una tale cosa su msn e voglio anke un passaggio x l’uni domattina…
Stefano:  perché? Io sono sadico, è normale che cerchi un masochista, che c’è di strano?
Leandro: nell’immaginario comune il sadico, o la violenza in generale, è vista come un qualcosa di brutto, indecente, triste… io personalmente non seguo l’immaginario comune, ma mi sono fatto una mia idea del sadismo, ma guarda caso sfocia nell’immaginario comune…

 

...la penseranno davvero tutti come lui? Direi che il manifestare del sadismo ha trovato più di un'ammiratrice...

 

Anonima: Se fatto con stile avrebbe ancora una tendenza negativa? Non ho una cattiva concezione del sadismo. L'ho spiegato prima in maniera sintetica: il sadismo fatto con stile ha un non so che di affascinante e di interessante, il che la rende una qualità che pochi possono avere. Il masochismo alle volte è necessario per ottenere qualcosa, ma se il solo scopo è provare dolore allora per me è una cosa molto riduttiva e poco sensata.

 

...allora siamo davvero sicuri di essere come vogliamo apparire?

November 14

The American Dream

 
Gli Stati Uniti stanno a me come una scarpa col tacco sta ad un bue - e c'è poco da aggiungere.
Il mio pesante pregiudizio nei confronti del popolo americano, che ho imparato a conoscere, sviscerandolo qualche anno fa nella mia pseudovacanza new yorkese, è certamente un sapore che accompagna ogni mio commento, ogni mio giudizio - più o meno negativo - nei confronti della grande potenza occidentale. Eppure, nonostante tutto, sto ancora qui a parlare della "grande" America, ad analizzare la grande bolla di sapone del sogno americano. Ma il tempo passa, la memoria si affievolisce, e la lente d'ingrandimento di Sherlock Holmes appartiene ormai ai cassetti di un passato mai troppo recente.
 
Ai tempi, che sembrano già antichi, delle primarie democratiche, ho riso di gusto - e ci mancava davvero solo una manciata di pop-corn - nell'assistere al comico duello elettorale fra la signora Clinton, emblema di una marea di donne alla ricerca della ribalta presidenzale (a dispetto dei cervi primaverili), e il giovane e ruspante senatore Obama, simbolo (neanche troppo scontato) di un oceano di uomini e donne di colore costretti ai margini della società.
 
Si capisce, il fascino del Bronx batte quello di una cerbiatta, già inquilina della Casa Bianca, com'è risaputo che l'oceano massacrerebbe il mare, se solo arrivassero ai ferri corti. Eppure, le colonne d'Ercole di un obbligato buonismo e di un'ovvia alleanza, fanno dimenticare in un sol momento i dissapori di un'asprissima campagna pre-elettorale, con il belloccio senatore Obama ergersi a nuovo paladino del (delusissimo) popolo democratico americano, con il beneplacito della signora dalle rughe d'oro (la stampa estera sa essere sarcastica) e del suo celeberrimo marito che, ancora invaso da manie di protagonismo, vorrebbe vedere nel Nero-mezzo-Bianco un suo erede, in effetti un figlio stesso della sua politica. Che orrore.
 
In una tragedia dai contorni ridicoli, ecco che si arriva al gran finale. McCain, il veterano di guerra, s'è liberato in scioltezza dei propri concorrenti, in casa Repubblicana, monopolizzando le attenzioni del proprio partito e del proprio bacino elettorale; dall'altra parte, un tizio di colore, fino a tre anni prima mai visto nella scena politica americana, che la guerra l'ha fatta con una donna di potere, e che l'ha vinta, Obama il Salvatore.
 
La sfida è emozionante. Così tanto emozionante, che l'americano medio (non smentendo la sua propensione innata al comportamento demenziale e massificato) sente l'irrefrenabile desiderio di andare ad ascoltare i comizi (simili ad esibizioni di un clown troppo cresciuto) del suo beniamino (il vecchietto o il giovanotto?), sventolando assai compiaciuto striscioni e slogan d'ogni genere, per dimostrare la propria vicinanza al pretendente alla White House. Ok, cari americani, vi piace la politica e ve ne do atto, ma perché ridurla - anche quella - ad un gigantesco talk show, dove conta l'apparenza, la finzione, la maestosità?
 
Bhé... siete americani, non mi sorprendo di niente.
 
Così, quella notte, tutto il mondo attendeva ansioso il responso elettorale. Chi sarebbe stato il Presidente Eletto? Anche i bookmakers avevano fiutato l'affare. Ma come ogni programma televisivo (di matrice americana) che si rispetti, l'epilogo si conosce già dopo i primi minuti, così, senza colpi di scena, un nero ha battuto lo stereotipo del bianco, ha salutato i suoi nuovi sudditi e s'è posto come un Messia incarnato.
Che bello, che bello... questo Nero tornerà a far volare in alto il nostro SOGNO AMERICANO... come un palloncino pieno d'aria, che sale, sale, sale...
...e presto o poi scoppia.
November 08

Carpet of flowers

 
Was looking at him with dread,
as if I was fixing the sun,
he was blinding me and I was aware.
 
The fear was preventing me from speaking,
and the mouth me seeming as dry as a desert.
 
But something was in surging.
 
Your journey is still long -- it said.
Mixed happiness to despair gathered,
I took to walk.
 
And my journey was a carpet of flowers.
October 10

E' finita

 
"Vado a prendere le bionde" - chiosò così, agli amici, mentre si allontanò un po', diretto lì vicino. Oltrepassò l'ingresso di qualcosa e si diresse ad un bancone: era un esercizio commerciale. Lo sguardo decorreva fra mille sigle, ma lui sapeva, sapeva bene, cosa scegliere. Attese, un paio di procaci ragazze erano lì prima di lui: le osservò a lungo, per distrarsi in quel momento morto. Probabilmente pensò che erano delle belle pollastrelle, e loro - le pollastrelle - probabilmente si accorsero dei suoi pensieri, perché lo guardarono con stizza. Anzi, disprezzo. Ma certi momenti non durano a lungo, ed ecco che era il suo turno, mentre quelle se la svignavano. L'occhio passa sulle bionde, ma non c'è bisogno di parlare. Un uomo dall'altra parte del bancone afferra il prodotto e lo getta verso l'altro: sotto gli occhi del cliente si materializza il suo desiderio, malsana invenzione di quasi 180 anni fa, frutto della necessità dei soldati che presidiavano la Chiave della Palestina.
Quello, soddisfatto, posò sul bancone l'equivalente in denaro di ciò che aveva ricevuto e, con un cenno del capo, salutò il commerciante: non una parola s'era consumata fra i due, mentre il primo usciva e tornava alla luce del sole, osservando quello che aveva fra le mani. Si trattava di un pacchetto di Marlboro rosse, ne faceva uso da cinque anni, eppure non aveva mai notato certi particolari insiti nella confezione, né aveva mai conosciuto la storia che stava dietro quell'oggetto e, in definitiva, aveva sempre ignorato, più o meno volutamente, i danni apportati alla salute, perché una scritta nera su sfondo bianco mette tristezza, e di messaggi funebri ce ne sono già troppi, sui muri delle nostre strade.
 
Il fumo viene spesso sottostimato rispetto a quello che davvero rappresenta per un convinto fumatore e, per l'altra metà del cielo (ovvero sia i non-fumatori), è disprezzato alla stregua delle droghe: a braccietto con questo pregiudizio, cammina rapido e trionfante quello che vuole il fumatore una persona debole ed incapace di metter fine al proprio vizio, che non fa altro che divorargli la salute e il portafoglio, ogni giorno che passa.
Tuttavia, certe considerazioni partono da un presupposto sbagliato, perché un fumatore affonda la sua abitudine in ben altro terreno, ed ecco che le sue radici sono tanto salde da non scuotere mai il suo 'vizio'.
L'atto di fumare è un atto molto, molto personale, che va oltre i dogmi dell'abitudine e ben oltre i significati di un rituale (dopo il caffé, durante la pausa, dopo pranzo, et similia), perché il "rito" non ha senso grazie alla sigaretta, ma è costruito ad arte dal fumatore per dar un senso stesso alla sua amata bionda. Insistere con i toni apocalittici che mettono in scena termini come piaga sociale, cancrena per la salute e via discorrendo sono ormai inadatti per convincere un assuefatto ad abbandonare la sua pratica: è diventato immune con il tempo.
 
Non serve a nulla cercare di dissuadere qualcuno dall'accendersi un'altra sigaretta, perché un fumatore che fuma è come un uomo che scopa. Puoi andare a dire a qualcuno che la sua ragazza è una baldracca, una che la svende a tutti, una che non aspetta altro l'allocco da derubare o truffare, ma se quel qualcuno è innamorato perso non ti darà mai ascolto e continuerà nella sua malsana relazione. Tutto ciò solo e soltanto perché è perso nel suo sentimento, perché la sua ragione è offuscata dal desiderio.
Un fumatore non è dissimile da un innamorato: non si comporta più secondo ragione, anzi, ha sotterrato la sua razionalità, perché "nessun altro può capirlo", o meglio, "chi non fuma" non può capirlo. Non è il protrarsi di un bisogno, ma la voglia instancabile di ripetere milioni di volte lo stesso atto: ogni boccata è come un bacio passionale, ogni cicca spenta è come la quiete dopo l'amore. Sentire il fumo nei polmoni, è come andare a spasso con la vita. E poco importa che dietro tutto questo mondo di favola si celi l'incombere della falce. Per ora è così, e ne va accesa un'altra!
 
Sono passate due settimane da quel giorno, e stranamente non è più andato a far visita al taciturno esercente, né lo ha tradito con qualche altro commerciante. E tutto ciò non gli è stato imposto dalla mancanza di soldi, né da qualsiasi altra ragione sensata: da un momento all'altro, e senza nessun preavviso né valida ragione, ha smesso di andare lì dentro e di comprarle. Non sa spiegarsi il perché, ma ha deciso di abbandonarle.
Ed eccolo, eccolo lì. Passare lì davanti, insensibile alle urla strepitanti di una bionda, chiusa dietro le sbarre di una tabaccheria.
"E' finita" - mormora, mentre prosegue per la sua via.
August 07

The Godfather

 
"Si appresta a passare una giornata come qualunque altra" - avrebbe potuto dire uno sciocco spione.
 
"Il dì si è alternato alla notte, ed il giorno è come quello precedente" - avrebbe potuto seguitare, quel fottuto spione.
 
Eppure, quell'immaginario informatore del buio si sbagliava, si sbagliava in quell'arido giorno. L'umidità sembrava impregnare l'aria come il rum farebbe con un buon babba': già, proprio loro - mangiavo forse troppi zuccheri, per essere estate - ma che importava? Niente. Assolutamente niente.
 
Il disco solare picchiava neanche fosse il Re del cielo, quando il carro si assopisce allo zenit, ridendo delle maledizioni degli uomini. Eppure, doveva essere crepuscolo. Già, il tramonto: d'inverno sarebbe già stata notte, a quell'ora. A quella fottuta ora.
 
Cristo! - pensai. Sono le 17:55, sarà ora. Guardare l'orologio, per me, è spesso come prendere un bingo: in quelle lancette del cazzo leggo l'impegno che mi attende, leggo il tempo che passa e mi deride. Ma non avevo voglia di farmi prendere per un buffone. Sfoderai anch'io un sorriso di scherno. Anch'io. A quelle lancette del cazzo.
 
 
 
I piedi si rincorrevano in un gioco senza senso, mentre mi lasciavo le scale alle spalle e mi dirigevo verso l'auto. Il fottuto spione continuava ad inseguirmi: potevo sentirne l'alito, a volte, e più spesso il mormorio - "Come qualunque altra". Eppure, non si riferiva più alla giornata, lo avvertivo dal tono. Aveva perso il suo tocco ironico. Pareva più un avvertimento sinistro.
 
Eppure, i sibilii del vento e dell'ombra si arrestarono. Fu lo sportello, nella sua rumorosa chiusura, a scacciarli tutti, come un vecchio pazzo con uno schioppo in mano. Fantasticavo di essere nel Texas, a quel punto: scioppi, schioppette... puttane ed un caldo che non demorde. Quel carro del cazzo aveva cambiato volto, sembrava rassomigliare ad una fiera, questa volta, con fauci che si allungavano come raggi, fino a prenderti, morderti - godendo sadicamente del tuo sudore, succhiato come il sangue, da un vampiro.
 
Il sole paragonato a un vampiro! Che schiocchezza! - pensavo. Dovevo essere davvero penoso, a far pensieri del genere. Avevo forse consumato uno spinello? Nossignore. Avevo forse alzato il gomito? Nossignore. Avevo forse...
 
Dannazione! A che cazzo pensi?! Guarda la strada, di fronte a te! Guarda il fiume d'asfalto e basta! Attento a quelle altre navi! Sì, ora sorridi orgoglioso. La tua nave sembra uno smeraldo, al confronto. Uno smeraldo, pensai.
 
E i pensieri corsero veloci, ma la macchina di più. Su quella strada larga e accogliente facevo sempre soffrire quella dannata lancetta. Ma non si trattava più del quadrante di un orologio... no, non più di quello... eppure, ogni tanto, vi gettavo lo sguardo: merda, da adesso sono in ritardo.
 
 
 
Feci slittare lo sportello sul cellulare, chiudendo la chiamata con comica eleganza. Svoltai. Di 180 gradi - pensai - e non di 360, come dice qualche ignorante. Fottuta ignoranza. Era stata proprio quella a dirigermi lì! Proprio quella! Fottuta ignoranza!
 
Poco dopo mi trovavo già in un parcheggio, col mio smeraldo parcheggiato all'indietro a fianco di una Porche nero perla. Mi guardavo intorno, seccato. Perché, cazzo, ero così ignorante? Già, iniziavo a pensarlo anche di me stesso. Come prendere un numero secco alla roulette: trentasei volte la posta. Mica male!
 
Passò poco tempo, ed ecco che gli stringevo la mano, ed ecco che mi sporgevo per l'abituale saluto: guancia contro guancia, due volte, una volta per guancia. Costume bizzarro - formalità che rispetto, altrimenti come fai a vivere in questo fottuto mondo?
 
Salivamo le scale e discorrevamo di schiocchezze, o meglio di cose importanti, oserei dire vitali, eppure io riflettevo sul fatto che una ventina di minuti innanzi mi piombavo giù da altre scale, le mie - e tutto per non tardare. 
 
Pensai all'ironia del destino: fino a quel momento avevo maledetto il carro di Lugh, tanto splendente e concente da finirlo col paragonare ad un signore dei pipistrelli, ed ora un carro del Sole, che così faceva di nome, mi guidava per la sua casa. Vi entrai e scoprii con sollievo che nulla ricordava i raggi solari, quei fottuti raggi che ti strappano le carni. Era un ambiente fresco, finestre chiuse, tende che facevano il loro mestiere: c'era poca luce, e la cosa mi rallegrava. Mi rallegrava enormemente.
 
Accettai un drink e non finii di ringraziare, mentre discutevamo del più e del meno. Cazzo! Perché vuoi parlarmi proprio di quel film!
 
Si chiama Sunshine - prese a dire, mentre lo ascoltavo serio, e continuò, mandandomi a digerire che quella pellicola di recente fattura parlava di una spediziona suicida con l'intento di far esplodere il Sole! Sempre il Sole, sempre questo cazzo di Sole in mezzo! Però, dai, quella trama mi piaceva: lo avevo maledetto tante di quelle volte, che l'idea di ucciderlo una volta per sempre, come un piccone d'argento all'altezza del cuore, mi estasiava, e per un attimo fui tentato.
 
Ma barcollai solo un attimo, poi ci sedemmo. Qualcosa che doveva essere un lettore dvd prese a lavorare, finalmente, e lo schermo si caricò di colori e odori. Quelli che cercavo da anni. Da anni. 
 
No... il fottuto spione si sbagliava, quella non sarebbe stata una giornata come un'altra... no, certo che no... in quel giorno avrei colmato una lacuna, una lacuna che mi gravava come un groppo allo stomaco. Tutto ebbe inizio, ed io mi feci catturare da quell'intreccio potete. Prodigioso.
 
Era Storia. Storia con la "S" maiuscola.
 
 
 
Aveva inizio, aveva inizio sul serio. Tutti zitti ora... muti come pesci.
May 18

Una vittoria clamorosa

 
Il 14 e 15 maggio scorsi, all'Università degli Studi di Salerno, si sono tenute le biennali elezioni degli organi di rappresentanza studentesca, che hanno investito l'intero ateneo. Solo qualche mese prima, nasceva alla facoltà di Ingegneria una nuova associazione, Prima...Vera A.S.I., con l'intento di creare un nuovo polo di aggregazione, in grado di contrastare il monopolio ultradecennale della più nota e ramificata Zenit, nuovo ordinamento.
 
Finii per aderire al progetto, incuriosito dal coraggio del Presidente, Alfredo Galdieri, e di tutti i fondatori della neoassociazione, oltre ad esser indirizzato in tal senso da un amico che, in merito ad associazionismo universitario, se ne intendeva davvero: a costui ho legittimamente affibiato il nome di "deus ex machina" di Sinistra Futura, prestigiosissima associazione d'ateneo, oltre che del listone Unidea, che racchiude alcuna tra le maggiori organizzazioni studentesche dell'università e che, di fatti, si sarebbe rivelato ampiamente vincitore (guadagnando i 2/4 del Consiglio d'Amministrazione).
 
La campagna elettorale è stata intensa, ma a tratti sconfortante; nell'aria si respirava sì l'ottimismo, ma anche la crescente consapevolezza che eravamo in competizione con un vero e proprio monumento, difficile da smuovere e da battere. Ma la forza di chi non ha niente da perdere e la serietà con la quale ci siamo presentati agli studenti, oltre che al sicuro e maggiore entusiasmo, ha giocato grandemente a nostro favore ed i risultati ci sono stati tutti, con numerosi e calorosi festeggiamenti annessi: Prima...Vera è riuscita ad imporsi, contro ogni sensato pronostico, prima associazione di facoltà, con i suoi 870 voti circa, contro i pochi più di 600 totalizzati da Zenit. Una vittoria tanto inattesa quanto sensazionale ha portato i suoi frutti in ogni organo: dal Consiglio degli Studenti (2/3 a noi e 1/3 a Zenit), alle Aree Didattiche (con maggioranze quasi totali alle aree di Ing. dell'Informazione ed Ing. Chimica), fino al Consiglio di Facoltà (8/16 alla nostra associazione, contro i 6/16 di Zenit, mentre i due posti mancanti si sono divisi fra due associazioni esterne). A livello personale, candidato all'Area Didattica di Ing. Industriale (Meccanica e Gestionale), sono riuscito ad essere eletto con il maggior numero di voti (80), con mia grande soddisfazione.
 
Ma il compiacimento va tutto per una vittoria totale ed esaltante, che proietta la neonata (e spesso bistrattata) Prima...Vera ad una grande e consapevole rappresentanza, in qualità di prima associazione di facoltà. Non ci resta che rimboccarsi le maniche e mettere da parte lo spumante, ma fra un impegno e l'altro, la mente corre sempre ad una (più che una) visita all'Ikea e a problemi d'arredamento da risolvere nel futuro...
 

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