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    July 04

    Sugli scogli

     
    Prendevo ozio sulle sponde di un mare conosciuto e sporco, sollevando le lenti scure dagli occhi quanto basta per assaporarne il colore autentico. Coccolavo con lo sguardo l'ondeggiare placido e ritmato di onde adesso d'un azzurro naturale e magico, assai più saporito di quel grigiastro tendente al verde smorto - visione regalata da quel paio di occhiali, che adesso sono poggiati con cura sugli scogli, in attesa. In attesa, già, così come tutte le mie fibre, protese verso il respiro delle acque, che continuavano a lambire, contraddittorie e serene, le spiaggie e queli scogli, sprigionando di tanto in tanto qualche schizzo dispettoso, che mi bagnava le scarpe o le caviglie. Sorridevo ancor più di rado, immaginando un dialogo silenzioso e continuo col mare. Così, provai a domandargli da quanto tempo era lì, a spazzare le terre emerse con la sua furia, ad accudire miliardi e miliardi di essere viventi fra le sue braccia, a nutrire tutti gli uomini e tutte le bestie dei suoi frutti e dei suoi doni. Ma la risposta si fece attendere, così a lungo che, ad un tempo, decisi di smettere di aspettarla e finii per non ascoltarla più, quando davvero avvenne, tant'è che i miei occhi troppo abituati all'oscurità inoltrata di decine di notti insonni, si alzarono al cielo, ammirando il celeste allegro del mattino. Quell'odore mi mancava da troppo tempo e in breve me ne inebrai, abbandonando le pupille dischiuse sotto le palpebre sempre meno leggere, che vanno a chiudersi repentine e inesorabili come spesse tende. Ai colori vivaci e accesi del giorno seguirono macchie rosse su sfondo nero, e rammentai degli incubi delle notti passate, cagionando in me un tremolio imprevviso e bizzarro, di quelli che per un istante, solo uno, sembrano toglierti il fiato, producendo, però, un brivido piacere, misto di terrore e aspettative, come quando si aspetta qualcosa, o qualcuno.
     
    Ecco che i miei occhi tornarono all'orizzonte, confuso col mare senza limiti. Tanto tempo era passato, ma non ero rimasto con le mani in mano.
    April 29

    Neve

    Orhan Pamuk
     
    Sentì di nuovo quel dolore, che si diffondeva come un veleno dal ventre a tutto il corpo. Se queste erano le pene d'amore come le chiamavano gli altri, in esse non c'era nulla che dava felicità. Era consapevole che man mano che il suo amore per Ipek diventava sempre più profondo, queste crisi di sfiducia e pessimismo acceleravano. Pensò che quello che chiamavano amore fosse un sentimento di sfiducia, la paura di essere ingannato e di provare una delusione, ma visto che tutti ne parlavano non come di una sconfitta e una miseria, ma come di un fatto positivo, e, a volte, persino come di un evento di cui andar fieri, allora la sua situazione doveva essere un po' diversa. La cosa peggiore era, oltre al fatto che si faceva prendere dalle fissazioni mentre aspettava, pure che ritenesse comunque questi pensieri malati e paranoici. Nel medesimo istante, da una parte si faceva prendere da una fissazione paranoica, ma dal'altra sapeva che questi suoi pensieri erano assolutamente malati. A volte, per placare il suo dolore, e perché le brutte scende davanti agli occhi si cancellassero, faceva funzionare con tutte le sue forze la parte più logica della sua mente, non squilibrata dall'amore, e si liberava dell'insicurezza e dei pensieri spaventosi; però dopo un po' si avvelenava con una nuova preoccupazione.
    April 13

    Odore

     

    Pioveva, pioveva e ancora pioveva, d’una pioggia fitta e beffarda, che crolla dal cielo giust’appunto per infradiciarti la giacca – sembrava pensare, unitamente a qualche probabile bestemmia, un passante, sul cui volto imbronciato mi fermai per qualche tempo a riflettere: gli avrei potuto attribuire non più di cinquant’anni, a primo acchito, ma quella smorfia infastidita, mentre cammina frettoloso e curvo, sotto un giornale disposto a mo’ di cappello sulla testa, lo invecchiava ingenerosamente. Tutti questi pensieri mi giravano sconclusionati nella testa, ma in verità la visione durò poco, perché quello subito sparì dietro un angolo, mentre io ero fermo nella mia auto, addossato al marciapiede: il motore era spento, ma il quadro vigile, tant’è che spesso azionavo i tergicristalli per dare una spazzata al mondo ed alzare il sipario di nebbia, permettendomi di controllare bene cosa m’accadesse lì intorno. Aspettavo, così, da un tempo indefinito, finché non vidi uscire, dal locale che avevo adocchiato da tempo, un uomo, che incedeva platealmente, ben ritto, schernendo la pioggia col suo ombrello, che pareva ripararlo come si conviene, mentre il nugolo di passanti si spostava, come se gli riconoscesse un’implicita autorità.

    Il novello Mosè della città guadagnò rapidamente metri d’asfalto, finché non si accostò alla vettura, chinandosi un poco per guardare attraverso il finestrino: esitò solo qualche momento, poi aprì lo sportello e, con movimenti collaudati, rimpicciolì incredibilmente l’ombrello, scivolando all’interno dell’abitacolo. Una volta dentro, quando lo sportello si richiuse, riportandomi nel paradiso ovattato degli interni in pelle, l’atteso ospite tenne lo sguardo fisso di fronte a sé e solo dopo un tempo che parve davvero esagerato si voltò per guardarmi in faccia: in un gesto non troppo naturale, ci stringemmo la mano.

    “Ti ho dato retta…” – prese a dire, lasciando la frase inconclusa come se non servisse aggiungere altro, in un dialogo che si annunciava striminzito almeno quanto i convenevoli che avevano funto da preambolo.

    “Bene…” – mi limitai ad asserire, tradendo la soddisfazione con un sorriso sinistro, che si faceva largo sul volto come una smorfia ambigua ed, in breve, prese le fattezze di un’orribile ferita, come se sul viso si fosse aperta una voragine, che da sola poteva vomitare in giro le reali dimensioni di quel discorso, stomachevole almeno quanto quel vecchio barbone che camminava per la strada attirando su di sé il generale biasimo della marmaglia.

    “Non avrei creduto…” – ancora una volta, non terminò il concetto, cambiando espressione come se quella, insieme a quelle poche parole, fosse sufficientemente esaustiva.

    Sorrisi, ed in quel preciso momento, fra noi due, ci fu il sorpasso: in un immaginario circuito, avevo appena messo a segno un colpo spettacolare e, come per magia, ero diventato più alto, più autorevole ed, in definitiva, migliore di lui. Per diversi secondi assunsi un’aria saccente e fu palese che il ponte che s’era gettato fra noi due aveva unito sponde a diverse altitudini: ero fatto di un’altra pasta, oltre ogni dubbio, e potevo condurre il dialogo da dominatore, da vincente.

    “Ne ero sicuro, invece…” – iniziai a dire, lasciando ad intendere che di lì a poco avrei concluso l’astrazione, ma temporeggiai volontariamente, per prolungare quel momento di trionfo, come il bambino che sonda con parsimonia le ultime patatine, relegando a quest’ultime un significato speciale – “Allora, com’è stato?”

    Negli occhi dell’altro si ci poteva leggere lo stato d’animo, d’una eccitazione fuori dal comune, ma riuscì a dissimulare il tutto con un sorriso forzato, cui fece seguire un cenno d’assenso. Gli era piaciuto, era chiaro. Potevo leggergli il pensiero, sì, avrei potuto mettere la mano sul fuoco: sapevo cosa stava pensando. Già me lo immaginavo, al sicuro da occhi indiscreti, in una stanza, magari mal illuminata, di un posto isolato: era lì e vi conduceva qualcuno. I gemiti della donna riempivano quel rudere abbandonato quanto farebbero i latrati di un cane indisponente che disturba il sonno pomeridiano dei suoi padroni, innalzando i lamenti sin da sotto il cortile. Quei gemiti che potevo sentire anch’io, solo guardandolo negli occhi, in quegli occhi diversi, incapaci di camuffare quello che avevano visto e condotto il giorno prima.

    L’odore di polvere accompagnava il misfatto, mentre immaginavo di essere lì, a “sentire” più che ad osservare: lì, all’angolo del soffitto, c’è la tela di un ragno, mentre di là una sedia con tre piedi; quindi un letto di un’altra epoca, ed ecco che la polvere nelle narici si unisce al tonfo del materasso che si piega sotto un duplice peso. I rumori che si mescolano, e l’odore inconfondibile del sangue che ti solletica il naso, ispirandoti…

    December 15

    Dicembre ha trenta giorni

     
    Camminavo per una città vecchia di oltre duemila anni, stando a delle vecchissime leggende elleniche - e mi sembrava di passeggiare intorno alla nebbia, anche se di nebbia non ve n'era. Mi pareva tutto etereo, tutto lontano, tutto distante, come se quel posto non esistesse, come se, quella, fosse in realtà una città magica, e quasi mi aspettavo che da quei palazzi antichi, presto o tardi sarebbe spuntata una strega, vecchia e brutta, a maledirmi su una sudicia scopa.
     
    Ero perso nelle mie sciocche congetture, mentre passeggiavo - ero in compagnia. Guardavo di tanto in tanto all'altra, ma non ci scambiavamo neppure una parola: ne avevamo spese troppe, fino a quel momento. A parlare ero stato soprattutto io. Ma, come tutto quello che m'era intorno, quei dialoghi sembravano irreali, quei momenti sembravano solo il frutto di un sogno tremendamente assurdo. Mi sentivo stranamente sereno.
     
    Ci avvicinammo alla mia auto, era primo pomeriggio, ma avevamo mangiato poco o nulla. Ero affamato. Desideravo addentare qualcosa.
     
    Entrammo, e gli sportelli si chiusero all'unisono. Lasciai passare qualche secondo così, senza motivo, a guardare oltre il cruscotto, poi mi decisi: le dita esplorarono lo stereo, accedendolo. Mandavo avanti le varie tracce, alla ricerca di una in particolare. Eccola, finalmente, la numero 35. Suoni e rumori iniziarono ad invadere l'abitacolo, ed io presi a parlare.
     
    - La riconosci, questa?
    - Sì.
     
    § "Dead as dead can be", my doctor tells me... but I just can't believe him, ever the optimistic one... §
     
    - Te l'ho passata una volta, ricordi?
    - Sì.
     
    § I'm sure of your ability to become my perfect enemy... Wake up and face me, don't play dead cause maybe... §
     
    - Sai da dove l'ho presa?
    - No.
     
    § Someday I will walk away and say, "You disappoint me"... maybe you better off this way... §
     
    - Hai mai visto quel film, Constantine?
    - Sì.
     
    § Leaning over you here, cold and catatonic... I catch a brief reflection of what you could and might have been... §
     
    - C'è una scena dove Constantine va in un bar, il Moon Bar... scende le scale ed entra nel locale... ci sono luci soffuse, rosse... e parte questa musica... ricordi la scena?
    - No.
     
    § It's your right and your ability... to become... my perfect enemy... §
     
    - Intorno a lui ci sono molti vampiri... che addentano le loro prede... che mordono, succhiano il sangue... la ricordi adesso?
    - Sì.
     
    § Wake up (cant' you)... and face me (came on now)... don't play dead (don't play dead)... §
     
    - Sai cosa dice il testo di questa canzone?
     
    § Cause maybe (because maybe)... Someday I'll (someday I'll) walk away and say... §
     
    - No.
     
    § You fucking disappoint me! §
     
    - You fucking disappoint me... Mi deludi fottutamente.
     
    Calò il silenzio, mentre ci fissavamo. La musica continuava a biascicare, mentre passai una mano dietro il sedile ed avvicinai leggermente il volto verso di lei.
     
    - Voglio morderti, voglio morderti il collo...
    - Perché?
    - Perché te l'ho promesso...
    - No...
     
    Sorridevo debole, quasi socchiudendo gli occhi, lasciando che la musica scorresse, su quelle stesse note, narrando di una scenda di sangue e vampiri. Avevo sete.
     
    - Rendimi le cose semplici, mostrami il collo...
    November 21

    I vostri commenti

     
    Ognuno di voi mi conosce secondo un'angolatura, secondo una prospettiva;
    ognuno di voi ha un'opinione di me che ha maturato nei giorni, nei mesi o nel corso degli anni, in base al mio modo di essere, di pormi, di parlare, di vivere, di pensare;
    ognuno di voi ha imparato ad apprezzarmi o a disprezzarmi, a stimarmi o a biasimarmi, ad elogiarmi o a criticarmi, ad amarmi od odiarmi;
    ognuno di voi raccoglie una parte di me, ed ognuno di voi è qualcosa per me.
     
    Sembra un rebus senza soluzione, dove siamo tutti uno, nessuno e centomila, come insegna il maestro Pirandello.
    Esistono tanti "io", tanti "tu", tanti "noi", tanti "loro", ma dov'è la verità?
    La verità è che la verità cambia, come disse Nietzsche, ed ecco che noi per primi non ci conosciamo, ed allora... sì... ci rifugiamo nel giudizio degli altri, ma è un rifugio dal pavimento instabile, perché è mutevole, perché ogni occhio ci vede sotto una lente diversa, e con un colore differente.
     
    Allora, che fare?
     
    Voglio sorriderci. Scherzarci su.
     
    Ed allora, non è per sorprendervi, che cambio radicalmente tono. Non è per sorprendervi, che lascio spazio a quel che voi mi avete detto, chiesto, quel che voi avete osservato.
     
    E' bastato modificare la mia immagine personale del Messenger in un trionfo di nero puro, per raccogliere tante domande - e dare tante risposte.
     
    Allora ridiamoci su, e iniziamo la carrellata dall'ovvio...
     

    Valentina:  ke foto ke hai… si vede tutto :D
    Stefano: è una difficilissima metafora sul colore dell’umore

     

    ...passando al ridicolo...

     

    Roberto:  bella l’immagine personale

    Stefano: grazie, è un quadro, si chiama ‘Negro al buio’

     

    ...al cupo...

     

    Paola: stefano, leva questo avatar nero per piacere :(

    Stefano: no, nero come l’anima

     

    ...al commento serioso e schizofrenico...

     

    Simona: rappresenta l’intima essenza dell’espressione diversificata che ogni essere umano a seconda del suo umore e della sua personalità puo’ dare ad un’immagine del tutto anonima, in pratica non vuol dire un cazzo ma ognuno puo’ metterci dentro quello che vuole a seconda se gli tira o meno il culo

    Stefano: ah… ti senti bene, Simo?

    Simona:  no sono su di giri in questi giorni, in negativo e in positivo, e il fatto che alterni il negativo e il positivo così repentinamente mi destabilizza più di quanto di solito non faccia la mia innata lunaticità, ma sono sicura che quella domanda non era stata posta per sapere realmente come sto, dato che non te ne frega un cazzo y_y

    Stefano: esattamente, non era quella la finalità; sai che questa conversazione verrà resa pubblica?

    Simona: NO! Ma pubblica dove, poi?

    Stefano: sul mio blog, sorridi!

    Simona: cazzarola, allora sono vagamente importante! @_@ certo che sorrido! Mi degni di considerazione addirittura da sbattermi sul tuo blog! Sbattermi in senso metaforico… so che non sono degna di te manco a letto…

     

    ...senza dimenticarci dell'osservazione acuta...

     

    Federica: è nero

    Stefano: esattamente

    Federica: perché?

    Stefano: perché stanotte ho avuto gli incubi ma non me li ricordo bene, così ho pensato che uno sfondo completamente nero fosse il miglior modo per rappresentarli

    Federica: anche ieri lo avevi XD

    Stefano: cazzo, mi hai scoperto

     

    ...o dell'ingenuità...

     

    Denise: carina l’immagine personale, dovresti metterci un faretto è scura

    Stefano: hai ragione, ma non posso permettermi l’illuminazione

     

    ...e concludendo con il grottesco.

     

    Flavia: tutto nero?

    Stefano: sì, è una scelta opportuna, non trovi?

    Flavia: se intendi l’assoluto mistero sì ^^’’

    Stefano: no, assolutamente, è un omaggio a Barack Obama

     

     

    Ma allora, se provassi a scrivere, come messaggio personale alla destra del nick, qualcosa che vada oltre la comune morale e ordinaria sensibilità? E' la volta di dare spazio alla frase "AAA cercasi un masochista", che ha avuto non minore successo.

    Al solito, iniziamo dall'ovvio...

     

    Alessandro: per quale motivo cerchi un masochista?

    Stefano: così, tanto per picchiare qualcuno

     

    ...e diamo spazio alla proposta indecente...

     

    Paola: masochista per--?

    Stefano: sto cercando un masochista, tu sei disponibile?

    Paola: ma anche no perché non lo sono

    Stefano: non hai mai provato, non puoi dirlo con certezza

    Paola: ma x cosa non ho capito?? Cmq non sono disponibileee :D

    Stefano: magari per un rapporto sadomaso, che ne dici?

    Paola: no

    Stefano: non fare la preziosa, guarda che sono bravo col frustino

    Paola: uno perché sei quasi mio fratello, due perché non ci tengo ad essere frustata

    Stefano: come preferisci, hai perso un’occasione

    Paola: ma a vuò finìììì?

     

    ...ma non tutte trovano un due di picche...

    Stefano: avrai notato che cerco un masochista, ti offri come ai bei tempi?
    Federica:  sono di buon umore quindi posso tollerare se vuoi sfogarti
    Stefano: perfetto, ma questa volta non mi limiterò a sculacciarti, userò il frustino
    Federica:  uau addirittura? :P è un avanzamento di livello? Oppure è peggiorata la mia condizione?
    Stefano:  no, no, avanzi di livello, sei contenta?
    Federica: ovviamente

     

    ...anche se c'è chi si lascia un po' andare...


    Denise: cerki masokista, e perke maiii
    Stefano: perché sono sadico e bastardo
    Denise: ma ki dice così in realtà è un tenerone

     

    ...omettendo la continuazione, per non urtare la sensibilità di qualcuno, direi di concludere con l'osservazione arguta e seriosa...

    Leandro: voglio dirti ke 6 un folle a scrivere una tale cosa su msn e voglio anke un passaggio x l’uni domattina…
    Stefano:  perché? Io sono sadico, è normale che cerchi un masochista, che c’è di strano?
    Leandro: nell’immaginario comune il sadico, o la violenza in generale, è vista come un qualcosa di brutto, indecente, triste… io personalmente non seguo l’immaginario comune, ma mi sono fatto una mia idea del sadismo, ma guarda caso sfocia nell’immaginario comune…

     

    ...la penseranno davvero tutti come lui? Direi che il manifestare del sadismo ha trovato più di un'ammiratrice...

     

    Anonima: Se fatto con stile avrebbe ancora una tendenza negativa? Non ho una cattiva concezione del sadismo. L'ho spiegato prima in maniera sintetica: il sadismo fatto con stile ha un non so che di affascinante e di interessante, il che la rende una qualità che pochi possono avere. Il masochismo alle volte è necessario per ottenere qualcosa, ma se il solo scopo è provare dolore allora per me è una cosa molto riduttiva e poco sensata.

     

    ...allora siamo davvero sicuri di essere come vogliamo apparire?

    November 14

    The American Dream

     
    Gli Stati Uniti stanno a me come una scarpa col tacco sta ad un bue - e c'è poco da aggiungere.
    Il mio pesante pregiudizio nei confronti del popolo americano, che ho imparato a conoscere, sviscerandolo qualche anno fa nella mia pseudovacanza new yorkese, è certamente un sapore che accompagna ogni mio commento, ogni mio giudizio - più o meno negativo - nei confronti della grande potenza occidentale. Eppure, nonostante tutto, sto ancora qui a parlare della "grande" America, ad analizzare la grande bolla di sapone del sogno americano. Ma il tempo passa, la memoria si affievolisce, e la lente d'ingrandimento di Sherlock Holmes appartiene ormai ai cassetti di un passato mai troppo recente.
     
    Ai tempi, che sembrano già antichi, delle primarie democratiche, ho riso di gusto - e ci mancava davvero solo una manciata di pop-corn - nell'assistere al comico duello elettorale fra la signora Clinton, emblema di una marea di donne alla ricerca della ribalta presidenzale (a dispetto dei cervi primaverili), e il giovane e ruspante senatore Obama, simbolo (neanche troppo scontato) di un oceano di uomini e donne di colore costretti ai margini della società.
     
    Si capisce, il fascino del Bronx batte quello di una cerbiatta, già inquilina della Casa Bianca, com'è risaputo che l'oceano massacrerebbe il mare, se solo arrivassero ai ferri corti. Eppure, le colonne d'Ercole di un obbligato buonismo e di un'ovvia alleanza, fanno dimenticare in un sol momento i dissapori di un'asprissima campagna pre-elettorale, con il belloccio senatore Obama ergersi a nuovo paladino del (delusissimo) popolo democratico americano, con il beneplacito della signora dalle rughe d'oro (la stampa estera sa essere sarcastica) e del suo celeberrimo marito che, ancora invaso da manie di protagonismo, vorrebbe vedere nel Nero-mezzo-Bianco un suo erede, in effetti un figlio stesso della sua politica. Che orrore.
     
    In una tragedia dai contorni ridicoli, ecco che si arriva al gran finale. McCain, il veterano di guerra, s'è liberato in scioltezza dei propri concorrenti, in casa Repubblicana, monopolizzando le attenzioni del proprio partito e del proprio bacino elettorale; dall'altra parte, un tizio di colore, fino a tre anni prima mai visto nella scena politica americana, che la guerra l'ha fatta con una donna di potere, e che l'ha vinta, Obama il Salvatore.
     
    La sfida è emozionante. Così tanto emozionante, che l'americano medio (non smentendo la sua propensione innata al comportamento demenziale e massificato) sente l'irrefrenabile desiderio di andare ad ascoltare i comizi (simili ad esibizioni di un clown troppo cresciuto) del suo beniamino (il vecchietto o il giovanotto?), sventolando assai compiaciuto striscioni e slogan d'ogni genere, per dimostrare la propria vicinanza al pretendente alla White House. Ok, cari americani, vi piace la politica e ve ne do atto, ma perché ridurla - anche quella - ad un gigantesco talk show, dove conta l'apparenza, la finzione, la maestosità?
     
    Bhé... siete americani, non mi sorprendo di niente.
     
    Così, quella notte, tutto il mondo attendeva ansioso il responso elettorale. Chi sarebbe stato il Presidente Eletto? Anche i bookmakers avevano fiutato l'affare. Ma come ogni programma televisivo (di matrice americana) che si rispetti, l'epilogo si conosce già dopo i primi minuti, così, senza colpi di scena, un nero ha battuto lo stereotipo del bianco, ha salutato i suoi nuovi sudditi e s'è posto come un Messia incarnato.
    Che bello, che bello... questo Nero tornerà a far volare in alto il nostro SOGNO AMERICANO... come un palloncino pieno d'aria, che sale, sale, sale...
    ...e presto o poi scoppia.
    November 08

    Carpet of flowers

     
    Was looking at him with dread,
    as if I was fixing the sun,
    he was blinding me and I was aware.
     
    The fear was preventing me from speaking,
    and the mouth me seeming as dry as a desert.
     
    But something was in surging.
     
    Your journey is still long -- it said.
    Mixed happiness to despair gathered,
    I took to walk.
     
    And my journey was a carpet of flowers.
    October 10

    E' finita

     
    "Vado a prendere le bionde" - chiosò così, agli amici, mentre si allontanò un po', diretto lì vicino. Oltrepassò l'ingresso di qualcosa e si diresse ad un bancone: era un esercizio commerciale. Lo sguardo decorreva fra mille sigle, ma lui sapeva, sapeva bene, cosa scegliere. Attese, un paio di procaci ragazze erano lì prima di lui: le osservò a lungo, per distrarsi in quel momento morto. Probabilmente pensò che erano delle belle pollastrelle, e loro - le pollastrelle - probabilmente si accorsero dei suoi pensieri, perché lo guardarono con stizza. Anzi, disprezzo. Ma certi momenti non durano a lungo, ed ecco che era il suo turno, mentre quelle se la svignavano. L'occhio passa sulle bionde, ma non c'è bisogno di parlare. Un uomo dall'altra parte del bancone afferra il prodotto e lo getta verso l'altro: sotto gli occhi del cliente si materializza il suo desiderio, malsana invenzione di quasi 180 anni fa, frutto della necessità dei soldati che presidiavano la Chiave della Palestina.
    Quello, soddisfatto, posò sul bancone l'equivalente in denaro di ciò che aveva ricevuto e, con un cenno del capo, salutò il commerciante: non una parola s'era consumata fra i due, mentre il primo usciva e tornava alla luce del sole, osservando quello che aveva fra le mani. Si trattava di un pacchetto di Marlboro rosse, ne faceva uso da cinque anni, eppure non aveva mai notato certi particolari insiti nella confezione, né aveva mai conosciuto la storia che stava dietro quell'oggetto e, in definitiva, aveva sempre ignorato, più o meno volutamente, i danni apportati alla salute, perché una scritta nera su sfondo bianco mette tristezza, e di messaggi funebri ce ne sono già troppi, sui muri delle nostre strade.
     
    Il fumo viene spesso sottostimato rispetto a quello che davvero rappresenta per un convinto fumatore e, per l'altra metà del cielo (ovvero sia i non-fumatori), è disprezzato alla stregua delle droghe: a braccietto con questo pregiudizio, cammina rapido e trionfante quello che vuole il fumatore una persona debole ed incapace di metter fine al proprio vizio, che non fa altro che divorargli la salute e il portafoglio, ogni giorno che passa.
    Tuttavia, certe considerazioni partono da un presupposto sbagliato, perché un fumatore affonda la sua abitudine in ben altro terreno, ed ecco che le sue radici sono tanto salde da non scuotere mai il suo 'vizio'.
    L'atto di fumare è un atto molto, molto personale, che va oltre i dogmi dell'abitudine e ben oltre i significati di un rituale (dopo il caffé, durante la pausa, dopo pranzo, et similia), perché il "rito" non ha senso grazie alla sigaretta, ma è costruito ad arte dal fumatore per dar un senso stesso alla sua amata bionda. Insistere con i toni apocalittici che mettono in scena termini come piaga sociale, cancrena per la salute e via discorrendo sono ormai inadatti per convincere un assuefatto ad abbandonare la sua pratica: è diventato immune con il tempo.
     
    Non serve a nulla cercare di dissuadere qualcuno dall'accendersi un'altra sigaretta, perché un fumatore che fuma è come un uomo che scopa. Puoi andare a dire a qualcuno che la sua ragazza è una baldracca, una che la svende a tutti, una che non aspetta altro l'allocco da derubare o truffare, ma se quel qualcuno è innamorato perso non ti darà mai ascolto e continuerà nella sua malsana relazione. Tutto ciò solo e soltanto perché è perso nel suo sentimento, perché la sua ragione è offuscata dal desiderio.
    Un fumatore non è dissimile da un innamorato: non si comporta più secondo ragione, anzi, ha sotterrato la sua razionalità, perché "nessun altro può capirlo", o meglio, "chi non fuma" non può capirlo. Non è il protrarsi di un bisogno, ma la voglia instancabile di ripetere milioni di volte lo stesso atto: ogni boccata è come un bacio passionale, ogni cicca spenta è come la quiete dopo l'amore. Sentire il fumo nei polmoni, è come andare a spasso con la vita. E poco importa che dietro tutto questo mondo di favola si celi l'incombere della falce. Per ora è così, e ne va accesa un'altra!
     
    Sono passate due settimane da quel giorno, e stranamente non è più andato a far visita al taciturno esercente, né lo ha tradito con qualche altro commerciante. E tutto ciò non gli è stato imposto dalla mancanza di soldi, né da qualsiasi altra ragione sensata: da un momento all'altro, e senza nessun preavviso né valida ragione, ha smesso di andare lì dentro e di comprarle. Non sa spiegarsi il perché, ma ha deciso di abbandonarle.
    Ed eccolo, eccolo lì. Passare lì davanti, insensibile alle urla strepitanti di una bionda, chiusa dietro le sbarre di una tabaccheria.
    "E' finita" - mormora, mentre prosegue per la sua via.
    August 07

    The Godfather

     
    "Si appresta a passare una giornata come qualunque altra" - avrebbe potuto dire uno sciocco spione.
     
    "Il dì si è alternato alla notte, ed il giorno è come quello precedente" - avrebbe potuto seguitare, quel fottuto spione.
     
    Eppure, quell'immaginario informatore del buio si sbagliava, si sbagliava in quell'arido giorno. L'umidità sembrava impregnare l'aria come il rum farebbe con un buon babba': già, proprio loro - mangiavo forse troppi zuccheri, per essere estate - ma che importava? Niente. Assolutamente niente.
     
    Il disco solare picchiava neanche fosse il Re del cielo, quando il carro si assopisce allo zenit, ridendo delle maledizioni degli uomini. Eppure, doveva essere crepuscolo. Già, il tramonto: d'inverno sarebbe già stata notte, a quell'ora. A quella fottuta ora.
     
    Cristo! - pensai. Sono le 17:55, sarà ora. Guardare l'orologio, per me, è spesso come prendere un bingo: in quelle lancette del cazzo leggo l'impegno che mi attende, leggo il tempo che passa e mi deride. Ma non avevo voglia di farmi prendere per un buffone. Sfoderai anch'io un sorriso di scherno. Anch'io. A quelle lancette del cazzo.
     
     
     
    I piedi si rincorrevano in un gioco senza senso, mentre mi lasciavo le scale alle spalle e mi dirigevo verso l'auto. Il fottuto spione continuava ad inseguirmi: potevo sentirne l'alito, a volte, e più spesso il mormorio - "Come qualunque altra". Eppure, non si riferiva più alla giornata, lo avvertivo dal tono. Aveva perso il suo tocco ironico. Pareva più un avvertimento sinistro.
     
    Eppure, i sibilii del vento e dell'ombra si arrestarono. Fu lo sportello, nella sua rumorosa chiusura, a scacciarli tutti, come un vecchio pazzo con uno schioppo in mano. Fantasticavo di essere nel Texas, a quel punto: scioppi, schioppette... puttane ed un caldo che non demorde. Quel carro del cazzo aveva cambiato volto, sembrava rassomigliare ad una fiera, questa volta, con fauci che si allungavano come raggi, fino a prenderti, morderti - godendo sadicamente del tuo sudore, succhiato come il sangue, da un vampiro.
     
    Il sole paragonato a un vampiro! Che schiocchezza! - pensavo. Dovevo essere davvero penoso, a far pensieri del genere. Avevo forse consumato uno spinello? Nossignore. Avevo forse alzato il gomito? Nossignore. Avevo forse...
     
    Dannazione! A che cazzo pensi?! Guarda la strada, di fronte a te! Guarda il fiume d'asfalto e basta! Attento a quelle altre navi! Sì, ora sorridi orgoglioso. La tua nave sembra uno smeraldo, al confronto. Uno smeraldo, pensai.
     
    E i pensieri corsero veloci, ma la macchina di più. Su quella strada larga e accogliente facevo sempre soffrire quella dannata lancetta. Ma non si trattava più del quadrante di un orologio... no, non più di quello... eppure, ogni tanto, vi gettavo lo sguardo: merda, da adesso sono in ritardo.
     
     
     
    Feci slittare lo sportello sul cellulare, chiudendo la chiamata con comica eleganza. Svoltai. Di 180 gradi - pensai - e non di 360, come dice qualche ignorante. Fottuta ignoranza. Era stata proprio quella a dirigermi lì! Proprio quella! Fottuta ignoranza!
     
    Poco dopo mi trovavo già in un parcheggio, col mio smeraldo parcheggiato all'indietro a fianco di una Porche nero perla. Mi guardavo intorno, seccato. Perché, cazzo, ero così ignorante? Già, iniziavo a pensarlo anche di me stesso. Come prendere un numero secco alla roulette: trentasei volte la posta. Mica male!
     
    Passò poco tempo, ed ecco che gli stringevo la mano, ed ecco che mi sporgevo per l'abituale saluto: guancia contro guancia, due volte, una volta per guancia. Costume bizzarro - formalità che rispetto, altrimenti come fai a vivere in questo fottuto mondo?
     
    Salivamo le scale e discorrevamo di schiocchezze, o meglio di cose importanti, oserei dire vitali, eppure io riflettevo sul fatto che una ventina di minuti innanzi mi piombavo giù da altre scale, le mie - e tutto per non tardare. 
     
    Pensai all'ironia del destino: fino a quel momento avevo maledetto il carro di Lugh, tanto splendente e concente da finirlo col paragonare ad un signore dei pipistrelli, ed ora un carro del Sole, che così faceva di nome, mi guidava per la sua casa. Vi entrai e scoprii con sollievo che nulla ricordava i raggi solari, quei fottuti raggi che ti strappano le carni. Era un ambiente fresco, finestre chiuse, tende che facevano il loro mestiere: c'era poca luce, e la cosa mi rallegrava. Mi rallegrava enormemente.
     
    Accettai un drink e non finii di ringraziare, mentre discutevamo del più e del meno. Cazzo! Perché vuoi parlarmi proprio di quel film!
     
    Si chiama Sunshine - prese a dire, mentre lo ascoltavo serio, e continuò, mandandomi a digerire che quella pellicola di recente fattura parlava di una spediziona suicida con l'intento di far esplodere il Sole! Sempre il Sole, sempre questo cazzo di Sole in mezzo! Però, dai, quella trama mi piaceva: lo avevo maledetto tante di quelle volte, che l'idea di ucciderlo una volta per sempre, come un piccone d'argento all'altezza del cuore, mi estasiava, e per un attimo fui tentato.
     
    Ma barcollai solo un attimo, poi ci sedemmo. Qualcosa che doveva essere un lettore dvd prese a lavorare, finalmente, e lo schermo si caricò di colori e odori. Quelli che cercavo da anni. Da anni. 
     
    No... il fottuto spione si sbagliava, quella non sarebbe stata una giornata come un'altra... no, certo che no... in quel giorno avrei colmato una lacuna, una lacuna che mi gravava come un groppo allo stomaco. Tutto ebbe inizio, ed io mi feci catturare da quell'intreccio potete. Prodigioso.
     
    Era Storia. Storia con la "S" maiuscola.
     
     
     
    Aveva inizio, aveva inizio sul serio. Tutti zitti ora... muti come pesci.
    May 18

    Una vittoria clamorosa

     
    Il 14 e 15 maggio scorsi, all'Università degli Studi di Salerno, si sono tenute le biennali elezioni degli organi di rappresentanza studentesca, che hanno investito l'intero ateneo. Solo qualche mese prima, nasceva alla facoltà di Ingegneria una nuova associazione, Prima...Vera A.S.I., con l'intento di creare un nuovo polo di aggregazione, in grado di contrastare il monopolio ultradecennale della più nota e ramificata Zenit, nuovo ordinamento.
     
    Finii per aderire al progetto, incuriosito dal coraggio del Presidente, Alfredo Galdieri, e di tutti i fondatori della neoassociazione, oltre ad esser indirizzato in tal senso da un amico che, in merito ad associazionismo universitario, se ne intendeva davvero: a costui ho legittimamente affibiato il nome di "deus ex machina" di Sinistra Futura, prestigiosissima associazione d'ateneo, oltre che del listone Unidea, che racchiude alcuna tra le maggiori organizzazioni studentesche dell'università e che, di fatti, si sarebbe rivelato ampiamente vincitore (guadagnando i 2/4 del Consiglio d'Amministrazione).
     
    La campagna elettorale è stata intensa, ma a tratti sconfortante; nell'aria si respirava sì l'ottimismo, ma anche la crescente consapevolezza che eravamo in competizione con un vero e proprio monumento, difficile da smuovere e da battere. Ma la forza di chi non ha niente da perdere e la serietà con la quale ci siamo presentati agli studenti, oltre che al sicuro e maggiore entusiasmo, ha giocato grandemente a nostro favore ed i risultati ci sono stati tutti, con numerosi e calorosi festeggiamenti annessi: Prima...Vera è riuscita ad imporsi, contro ogni sensato pronostico, prima associazione di facoltà, con i suoi 870 voti circa, contro i pochi più di 600 totalizzati da Zenit. Una vittoria tanto inattesa quanto sensazionale ha portato i suoi frutti in ogni organo: dal Consiglio degli Studenti (2/3 a noi e 1/3 a Zenit), alle Aree Didattiche (con maggioranze quasi totali alle aree di Ing. dell'Informazione ed Ing. Chimica), fino al Consiglio di Facoltà (8/16 alla nostra associazione, contro i 6/16 di Zenit, mentre i due posti mancanti si sono divisi fra due associazioni esterne). A livello personale, candidato all'Area Didattica di Ing. Industriale (Meccanica e Gestionale), sono riuscito ad essere eletto con il maggior numero di voti (80), con mia grande soddisfazione.
     
    Ma il compiacimento va tutto per una vittoria totale ed esaltante, che proietta la neonata (e spesso bistrattata) Prima...Vera ad una grande e consapevole rappresentanza, in qualità di prima associazione di facoltà. Non ci resta che rimboccarsi le maniche e mettere da parte lo spumante, ma fra un impegno e l'altro, la mente corre sempre ad una (più che una) visita all'Ikea e a problemi d'arredamento da risolvere nel futuro...
     

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    April 15

    Morte del Pluralismo

     
    Devo ammettere di aver seguito con grande apprensione i risultati delle elezioni politiche: ben inteso, non nutrivo alcuna speranza circa la sconfitta della coalizione di Berlusconi, eppure confidavo nel fatto che non guadagnasse un consenso così ampio (intorno ai nove punti percentuali in più rispetto alla coalizione di centrosinistra di Veltroni). Se non altro, abbiamo finalmente allontanato gli spettri dell'ennessimo governo-nongoverno, incapace di guidare il Paese perché dotato di una manciata di Senatori in più: no, tutto questo non si è verificato, e l'ostacolo maggiore per una Nazione dotata di un governo è stato scavalcato, sebbene nel peggiore dei modi possibili, con una destra al governo.
     
    Questo centrodestra, durante la campagna elettorale, è stato a più riprese accusato d'esser vecchio (basti pensare che il suo leader è al terzo mandato di Primo Ministro), di riproporre gli stessi volti e le stesse vacue promesse, eppure io non la penso così. Non è affatto così. Il centrodestra ha cambiato faccia, l'ha cambiata davvero: con l'agglomerato FI-AN l'importanza di Fini sembra essersi ridimensionata (e la sua presumibile candidatura alla Presidenza della Camera non fa altro che confermare che gli si sta togliendo un ruolo di "parte"), con l'esclusione dell'Udc (che è salutata da tutti come un gran bene, in quanto il novello Premier non avrà fastidi da alleati scomodi) si esclude dalla coalizione di centrodestra anche la parte più moderata ed, infine, con la grandissima vittoria della Lega Nord (che contro ogni pronostico supera l'8%) il quadro della grande alleanza berlusconiana è completo.
     
    Siamo di fronte ad una deriva completa, totale e drammatica dell'Italia a destra. E non perché Berlusconi abbia vinto, ma perché l'ascesa di Bossi è la chiave di tutto: l'Italia è in mano sua, in mano ad un politico che fa della xenofobia la sua arma, che fa della devoluzione e del decentramento il suo cavallo di battaglia, che cerca in ogni momento di avvicinarsi al sogno blasfemo e viscido di una Padania "libera" dalla "schiavitù" di Roma, potendosi permettere di villipendiare il tricolore e il Presidente della Repubblica, di bruciare i nostri colori e di rinnegare la patria.
     
    In questo scenario da panico, si inserisce un dato importante, di carattere storico: per la prima volta nel quadro politico italiano, c'è una semplificazione quasi totale della dialettica politica, con soli tre coalizioni ad essere rappresentate nel Parlamento (Partito delle Libertà, Partito Democratico, Unione di Centro). Se l'assenza degli esponenti della destra estrema (parlo naturalmente de La Destra - Fiamma Tricolore di Storace e della Santanché) non sembra affatto un male, visto lo strapotere di Bossi, non si può che restare con l'amaro in bocca di fronte all'assenza totale (e aggiungerei drammatica) di esponenti di Rifondazione, dei Comunisti Italiani, dei Verdi e del Partito Socialista. La Sinistra è stata spazzata via in un sol momento dallo scenario politico italiano, concretizzando la "deriva" a destra del nostro Paese. C'è chi prla di anno zero per la Sinistra italiana, chi fa autocritica e analizza la grave discrasia con l'elettorato. Io consiglio solo di vigilare sull'operato di Berlusconi, augurandomi da italiano che questo governo sia un buon governo, ché la recessione mondiale non può consentirci ulteriori passi falsi.
     
    E così, mentre nel quartier generale della Lega Nord si festeggia stappando bottiglie e scambiandosi reciproci gesti d soddisfazione, con gli occhi che brillano all'idea di un nuovo passo verso la secessione sognata da anni, il resto dell'Italia si interroga sul futuro peso di Bossi all'interno del nuovo governo e, soprattutto, se, in fondo, questa semplificazione sia davvero un bene, se l'aver ucciso il pluralismo sia davvero un bene... ed, in definitiva, se ispirarci al modello americano di bipolarismo assoluto... sia davvero un bene...
    Suggerisco cautela... quando importiamo prodotti a stelle e strisce...
    April 08

    Egli desidera il tessuto del cielo

    William Butler Yeats
     
     
    Se avessi il drappo ricamato
    del cielo,
    Intessuto dell’oro e dell’argento e
    della luce,
    i drappi dai colori chiari e scuri
    del giorno e della notte
    dai mezzi colori dell’alba e del
    tramonto,
    stenderei quei drappi sotto i tuoi
    piedi:
    invece, essendo povero, ho soltanto sogni;
    e i miei sogni ho steso sotto i
    tuoi piedi;
    cammina leggera perché
    cammini sui miei sogni.
    March 25

    Il mondo nuovo

    Aldous Huxley
     
     
     
    Romanzo del 1932, Il mondo nuovo è ambientato in un immaginario stato totalitario del futuro, pianificato nel nome del razionalismo produttivistico, dove tutto è sacrificabile a un malinteso mito del progresso. I cittadini di questa società non sono oppressi dalla guerra né dalle malattie e possono accedere liberamente a ogni piacere materiale. Affinché si mantenga questo equilibrio, però, gli abitanti, concepiti e prodotti industrialmente in provetta sotto il costante controllo di ingegneri genetici, durante l'infanzia vengono condizionati con la tecnologia e con le droghe e da adulti occupano ruoli sociale prestabiliti secondo il livello di nascita. In cambio del mero benessere fisico, i cittadini devono insomma rinunciare a ogni emozione, a ogni sentimento e a ogni difesa della propria individualità.
    February 01

    Una Napoli da... sopravvissuti

     

     

      

      

    January 24

    Orgoglio e Vergogna

     
    Non appena il centrosinistra, poco meno di due anni fa, annunciò la vittoria elettorale, conseguita sul filo di lana, avevo detto su questo stesso blog che alla stazione Italia sarebbe passato il treno del cambiamento. Questo avrebbe fatto l'ultima chiamata: perderlo o salirci, senza via di mezzo. Per un po', ci hanno provato. Ci son saliti, un po' stretti in certi vagoni, un po' larghi in altri. Armoniosi da qualche parte, litigiosi da qualche altra. Due vagoni ospitavano i protagonisti della nostra politica, due vagoni di cui uno saldo, mentre l'altro fortemente instabile. Ahimé, ahinoi, quel treno, alla fine, non è riuscito a raggiungere la sua meta: non ha raggiunto neppure metà strada, e si ritrova a fermarsi, a far scendere tutti. Qualcuno è responsabile, forse più d'uno, ma adesso che cosa importa?
     
    Vedo sfumare la possibilità del cambiamento, vedo sfumare la possibilità di rimettere in carreggiata il sistema Italia, vedo sfumare un buon inizio, un buon incipit delle cose in cui credo. Poco, miseramente poco, ma almeno qualcosa s'era fatto in quella direzione. E ora tutto crolla.
     
    Ho visto il Senato della Repubblica ospitare una scena ad un tempo comica e drammatica: un Senatore insultare e quasi aggredire fisicamente un suo collega, sotto gli occhi delle telecamere e degli italiani, finanche ad arrivare agli sputi. E l'altro svenire. E' svenuto lui, ma in realtà a svenire sono stati in tanti. Svengono e muoiono. Gli italiani e i loro progetti, le speranze e i loro sogni. Ah, quale letale difetto, la speranza...
     
    Un'inciviltà ed una vergogna senza nome dominano i rami del nostro Parlamento ed è in momenti come questo, al di la' del collasso della Nazione in senso lato, che mi domando: quale povero sfigato ha osato affermare che "i politici sono lo specchio del Paese"? Ma dove? E io dovrei riconoscermi in una lite così bassa e feroce fra ultrasessantenni, con salive volteggianti?! Bah, sono enormemente rattristato.
     
    Ed è, ancora, in momenti come questi, che si riflette sul significato della democrazia, su quello del suffragio universale (è davvero una grande conquista dell'umanità civile?) e, soprattutto, sulla genesi della nostra Repubblica. Si torna, con la mente, al secondo dopoguerra, alla stesura della nostra Costituzione, ai nostri padri, ai nostri antenati che hanno dato vita ad un sogno chiamato Patria, che hanno lottato per essa, che l'hanno unificata ancora una volta, che hanno tracciato delle linee guida essenziali, ancora attuali, ineliminabili. Fari di sapienza in un mondo dominato dall'oscurità della vergogna.
     
    Ed è, ancora, in momenti come questi, che il mio pensiero, stretto nel lutto del cordoglio, va ad un grande della nostra Resistenza, ad un padre non dell'Italia per come la conosciamo, ma un padre dell'Italia che aveva ancora negli occhi la speranza, l'ansia della liberazione, la voglia di fare, di creare, di autoattuarsi. Un padre dell'Italia che fu, di una vera Italia, di un'Italia che desiderava essere grande e dimenticare gli orrori del ventennio e della guerra mondiale. Non un'Italia qualunque, ma L'ITALIA.
     
    Ed è, certo, in momenti come questi, che la scomparsa di Arrigo Boldrini ci lascia tutti un po' orfani, tutti un po' spiazzati, confusi, senza punti di riferimento.
     
    Addio grande Padre di un Sogno chiamato Italia...
     
    Addio comandante Bulow.
    January 21

    Notte di melma

     

    “Mi gira la testa…” – biascica mentre cerca qualcosa per coprirsi.

     

    Dall’altra parte, sguardi indifferenti, che rasentano il disprezzo.

     

    “Ti ho detto… ti ho detto che mi gira la testa…” – lamenta ancora, portandosi le mani fra i capelli.

     

    Un lezzo di alcool aleggia nella stanza buia, illuminata a stento dal pallido riflesso di lampioni lontani, oltre le veneziane delle finestre.

     

    Sagome indistinte, un tempo avvinghiate, che ora osservano il buio con sguardi vacui.

    Vacui come il significato di quei momenti.

    January 19

    Addio Bobby

     
    So che non c'entra un cazzo con gli abituali toni del mio blog, ma è doveroso porre il mio estremo saluto ad un grande del panorama scacchistico internazionale.
     
    fischer
     
    Gli scacchi sono la vita
    Bobby Fischer

    Asentimentale

     
    Probabilmente commetto un grosso errore nell'incentrare un mio intervento su una discussione avvenuta con un amico - che per comodità chiameremo con aria di scherno Jack - che potrebbe, a ragione, sentirsi una persona importante e dunque nutrirsi di mere illusioni.
     
    Tralasciando ulteriori preamboli, tutto ebbe inizio una notte antecedente l'Epifania, quando io, nonostante i numerosi esami che mi attendevano di lì a pochi giorni, stavo intrattenendo la mia mente con lo studio della religione dei Mormoni. Sì concentrato sui miei studi della setta, il seccante Jack mi contatta sul Messenger, cercando il mio aiuto su una questione di cuore: sembrava davvero affranto. Gli ho degnato attenzione, ma solo dopo avergli fatto pesare il tempo che mi stava rubando.
     
    Successivamente, il già citato Jack, studente fuori sede dell'università di Fisciano, tornerà alla sua seconda casa e io andrò a trovarlo. E' in quel momento che mi mette al corrente del fatto che, fortunatamente, i miei consigli (che non sto qui a ripetere...) non gli sono stati utili, perché poi le cose sono andate da sole per il meglio. Ho finto di felicitarmi alla notizia, quando poi ha messo mano al portatile, mostrandomi con impareggiabile orgoglio il suo ultimo post pubblicato sul suo space. Si trattava di parole dolci, riferite alla sua amata, sul loro ultimo incontro, cui era allegata la foto di una scritta ("Stellina") nella neve.
     
    Jack, entusiasta e certo di ottenere la mia approvazione, mi raccontò tutta la storia dietro quella scritta e di come avesse seriamente commosso la sua ragazza. Effettivamente, devo dire che un gesto del genere ha riscosso un certo successo, dal momento che ho letto i commenti a quell'intervento (per lo più femminili) che restavano tutti dai toni marcatamente romantici.
     
    Ma quando Jack ebbe finito di raccontarmi, calò il silenzio. Mi accesi una sigaretta, mentre osservavo con aria spenta il monitor del suo portatile, fissando in modo insistente quella foto, quella scritta nella neve. Una nuvoletta di fumo viaggiò verso il soffitto, e ne seguirono alcune altre, prima che io spostassi l'attenzione su di lui, e presi a parlare, con il mio solito fare saccente, che emana sicurezza, che disarma.
     
    Sì, in effetti è proprio una bella foto. A guardarla, si capisce che quella scritta è stata fatta da mani dense d'amore. Immagino che la ragazza abbia notevolmente apprezzato, che tu ci abbia messo il cuore, così come immagino che qualsiasi ragazza che veda questa foto si commuova, metta mano al petto, dica con fare starnazzante "oh, ma che caro questo Jack". Magari, chissà. Eppure, Jack, se tu guardassi questa foto con i miei occhi, con gli occhi di una persona che osserva questa foto in modo distaccato, distante, allora scopriresti che questa scritta nella neve è solo una scritta nella neve, che fondamentalmente è una cosa inutile, priva di significato, che non ha alcun tipo di scopo, che è priva di senso. Non ha alcuna utilità, è solo il gioco di un bambino un po' troppo cresciuto. E' l'illusione del sentimento che offusca la ragione e ti fa sembrare questa foto grande, quando in realtà non vale proprio niente. Effettivamente, a guardarla con aria scientifica, non è proprio un cazzo. Insomma, Jack, sei un coglionazzo.
    January 03

    Dolce come un caffé senza zucchero

     
    Naturalmente il titolo di quest'intervento corrisponde alla mia descrizione. Proprio oggi m'è capitato di tornare a bazzicare nel blog di una mia amica e ho riletto uno dei suoi vecchi interventi, dove postava il test seguente, chiedendo a tutti i visitatori di compilarlo alla voce commenti:
     
    1Chi sei?

     2. Siamo amici?

    3. Quanto tempo fa ci siamo conosciuti?

    4. Hai mai desiderato darmi un pugno in faccia?

    5. Dammi un soprannome e spiegami .

     6. Descrivimi con una parola.

    7. Qual è stata la tua prima impressione su di me?

    8. Pensi la stessa cosa ora?

    9. Cosa ti fa ricordare me?

    10. Se mi potessi dare qualsiasi cosa, cosa mi daresti?

     11. Hai mai avuto una cotta per me?

    12. Quanto mi conosci?

    13. Quand'è l'ultima volta che mi hai visto?

    14. C'è mai stato qualcosa che avresti voluto dirmi e non l' hai mai fatto?

    15. Metteresti questo test sul tuo blog per vedere cosa direi di te

    Già dal modo in cui è scritto ben si può evincere come la ragazza in oggetto sia una scoppiata di prima categoria, tuttavia nei suoi confronti ho sempre avuto dei sentimenti di forte compassione e pietà, più che altro dovuti al fatto che ho la gran fortuna di conoscerla da molto tempo.

    Premettendo che ti voglio tanto ma tanto bene, cara amica della quale non rivelerò pubblicamente il nome, riporto a tutti le risposte che ho dato al suo test (nel rileggerle ora mi son detto che era opportuno dar loro grande evidenza):

    1. Stefano, il tuo padrone.
    2. No. L'amicizia presuppone uno stato di parità, mentre tu sei al di sotto.
    3. Ti conosco da sempre. Ti ho visto nascere.
    4. Non mi sono limitato a desiderarlo.
    5. Direi che "La babbea" va bene. Spiegarlo? E' abbastanza esauriente.
    6. Da-cartone-animato.
    7. Che eri una bambina con dei problemi. Seri.
    8. Quasi. Ora penso che tu sia una ragazza con dei problemi. Sempre seri.
    9. Meglio che non lo dica.
    10. Una flagellata in mezzo agli occhi. L'ultima volta ti ho colpito male.
    11. No, ma si è sempre verificato il contrario.
    12. Ti conosco... totalmente.
    13. Diverse settimane fa.
    14. No. Sono sempre stato molto schietto con te.
    15. Forse in futuro.

    Non sono amorevole, vero? Ah, già che ci siete, se volete potete anche compilarlo. Diversamente, vivrò meglio.

    December 31

    Ricordi dal Liceo #2

     
    La lista era stata consegnata, dopo quel rocambolesco cambiamento in extremis, che vedeva l'aggiunta di una quinta candidata. Un nome banale, che non esitai a reputare redicolo, accompagnava noi cinque, visti come outsider, come gli sfidanti. Si respirava il clima di una campagna elettorale sofferta, si respirava il clima di una sconfitta più o meno certa, eppure, dopo tutte queste peripezie, nonostante i cattivi presentimenti, mi sentivo elettrizzato, portato a "dover" vincere.
     
    Ero lì, nell'arena. Daga in pugno. Non sono un perdente.
     
    Tornavo in classe, un po' perplesso, un po' sconfortato. Sbuffavo, scuotevo il capo, ripensavo all'errore di inserire una quinta candidata. Iniziavo a pensare d'aver commesso un errore, un grave errore. "Con chi ti sei andato a candidare..." - pensavo genericamente, rattristato, arrivando addirittura a pentirmi di aver cooperato per quella candidatura, per quella lista dal nome quanto meno bizzarro - o almeno, io, l'ho sempre trovato banalissimo. Eppure, ero lì, a correre con gli altri, in una squadra: la strada sembrava in salita, ma solo il tempo avrebbe decretato se fossi stato il protagonista o uno dei tanti gregari.
    Così, cercai di soffocare i pensieri amari come si fa con una medicina indigesta e tornai in classe, interruppi - al solito - la lezione per dare l'annuncio ufficiale alla classe, che ricambiò con entusiasmo e con un caloroso applauso, come agli allegri tempi del biennio, dove le mani scoccavano per ogni futile ragione, purché si facesse "casino", tacito scopo comune. Mozzicai il nome della neolista elettorale, dando, al contrario, molto risalto al fatto che, molto diligentemente, eravamo stati i primi a consegnarla, così ché (non irrilevante vantaggio d'immagine) la nostra lista comparisse come la prima nell'elenco di quelle presenti per il voto. Infatti, oltre alla nostra, c'era la già citata lista - concorrente principale, poiché composta da ragazzi del Liceo - "Spazi Nuovi", che prendeva il nome dal nascente partito politico di destra - ad oggi a quanto pare già sepolto - promosso sul territorio dall'inossidabile Fabrizio Ciarletta, che, dopo aver rinunciato alla terza candidatura alla Rappresentanza studentesca, non ha, però, certo dismesso le armi, andando a misurarsi con questo nuovo "progetto", che ha trovato, per sua astuzia, terreno fertile presso i tre candidati della lista a me avversa, che cercavano in lui un deciso sostegno e che ben accettavano, in cambio, di offrirsi come prestanome per la pubblicità del partito. In ultimo, v'era una terza lista, dal nome simile, "Insieme per Crescere", costituita da due ragazze dell'I.T.C. e, data la decennale tradizione del nostro Istituto che separa decisamente il Liceo dal Ragioneria, non era rilevante ai fini dei giochi, poiché, sui quattro seggi, ne avrebbe certamente raccolto uno, e non più di uno, lasciando i restanti tre alla disputa intraliceale. Quanto alla rappresentanza della Consulta Provinciale, erano solo due i candidati, per i due posti, dunque certi dell'elezione: un ragazzo dell'I.T.C., spacciato in modo del tutto fallace come adepto di Spazi Nuovi, ed uno del Liceo, Giuseppe Parrella, che precisò più volte di voler rimanere fuori dai giochi della Rappresentanza all'Istituto per amicizia ad entrambi gli schieramenti, nonostante la candidatura di Nicoletta ed Olga, sue compagne di classe, nella mia lista.
    I giorni susseguenti furono caratterizzati da calcoli senza fine, da discorsi e stime indimenticabili, come le raccomandazioni degli amici che vedevano in Luigi il concorrente più pericoloso, quello più noto e carismatico che avrebbe facilmente raccolto moltissimi voti. Ma, in verità, il mio dilemma era interno alla lista: se fossi riuscito a piazzarmi come primo di lista, qualunque fosse stato l'esito, sarei stato eletto; diversamente, con una seconda posizione all'interno della lista, Insieme per Migliorare avrebbe dovuto vincere il confronto diretto con Spazi Nuovi. Fatto sta che, frattanto, s'era dato il via alla campagna elettorale e, almeno apparentemente, proseguiva tranquilla, senza litigi né tensioni: al contrario, c'eravamo incontrati tutti noi candidati pacificamente, assicurandoci l'un l'altro che non sarebbe stata fatta una spietata campagna elettorale. Ma le cose lentamente si evolvevano e, così, andando di classe in classe, sfruttando e le assemblee e il buon ascendente sui professori, riuscivamo a racimolare sempre più consensi, e ciò era abbastanza evidente.
    In quel momento, tuttavia, si aveva sempre l'impressione che le due liste si equivalessero, che si trattasse di una situazione al filo di lana, incerta sino all'ultimo. Anche internamente alla lista iniziavo ad avere i miei dubbi: potevo ragionevolmente escludere Nicoletta ed Olga dalla corsa alle prime due posizioni, sebbene dessi alla seconda una certa forza in quanto a voti potenziali e ad intraprendenza, ma su chi vincesse lo sprint fra me, Carmine e Raffaella avevo non pochi dubbi. Facendo i soliti conti, conclusi che, probabilmente, nonostante la lista venisse sponsorizzata come l'unica che dava spazio alle "pari opportunità" e cioè che dava spazio a tre ragazze, ad occupare le prime due posizioni saremmo stati io e Carmine, dunque cercavo di trovare le strategie che mi avrebbero consentito di superarlo in fatto di preferenze, ma sapevo che si trattava di un'impresa, in quanto il mio compagno d'elezioni poteva contare sull'appoggio - nient'affatto che secondario - della professoressa Polichetti che, come si vocifera, "vale 100 voti" e non è affatto una falsità.
     
    Tornando alla campagna elettorale, iniziavano ad esserci i primi screzi e i primi dissapori più o meno pronunciati all'interno della nostra lista. Da un lato, Raffaella che dimostrava palese disappunto per l'inatteso allargamento della lista, che di fatti le toglieva il privilegio d'esser l'unica ragazza candidata del Liceo, dall'altro Olga, spalleggiata da Nicoletta, che iniziava a maldigerire Carmine e i suoi modi di fare un po' troppo sbrigativi ed ottimistici; e io, martire della situazione, che cercava di tenere tutti uniti, almeno fino a quando non si fosse arrivati al momento delle elezioni. E, bene o male, ci riuscii, nonostante in più di un'occasione, debbo ammetterlo, dubitai seriamente della lealtà ed intelligenza di Carmine. Ad esempio magistrale, non posso che citare una sua vergognosa esternazione che avvenne nella classe del primo liceo classico della sezione A (dell'anno scorso, naturalmente), dove una spigliata ragazza, programma alla mano, chiese delucidazioni su numerosi punti sui quali aveva - non a torto - diverse perplessità. A turno, dove eravamo più preparati, rispondevamo e cercavamo di chiarire i sacrosanti dubbi della ragazza, se non ché, all'ultimo, quando questa studentessa chiese spiegazioni circa il punto che trattava l'impegno di trovare una sede adatta a poter ospitare le assemblee d'istituto, rinunciando e ai turni e all'espediente dell'assemblea a classi parallele, Carmine si mise in luce per una bastardata (che, a suo beneficio, probabilmente fu del tutto ingenua) che stoccò nei miei confronti. Infatti, premesso che quella voce era fortemente osteggiata dal sottoscritto, che la bollava come "impossibile" da realizzare, Carmine ebbe l'infelice idea di cercare di sconfessare quella voce e di, quasi, lavarsene le mani, addossando a me tutto il peso con un'affermazione del tipo, un po' balbettata: "Sì... ci riusciremo... perché Stefano, tramite i suoi contatti con l'UDS, ha già trovato diverse sistemazioni...". Non è difficile immaginare che io rimasi allibito e lo guardai con l'aria di un difensore innocente che si vede estrarre contro un cartellino rosso e comminato un rigore a sfavore perché il simulatore di turno ha effettuato un triplo tuffo carpiato degno dell'oro olimpico. Riuscii a cavarmela discretamente, finendo, di fatto, a rimbalzare la palla al mittente, anche se non lo feci con la stessa decisione, perché non lo trovavo affatto produttivo spalare sterco addosso a Carmine e dar l'impressione di una squadra divisa ancor prima di iniziare.
     
    E così, fra alti e bassi, fra dichiarazioni più o meno ingiuriose e bisbiglii di scredito dall'una e dall'altra parte, andava avanti questa singolare guerra fredda, silenziosa e viscida, come l'incedere d'un serpente. Ognuno aveva preparato i propri ordigni migliori e ognuno non attendeva altro che l'inizio ufficiale delle ostilità, all'assemblea di presentazione, per farli esplodere. E fu così che in questa fase di studio di relativa tranquillità, ci avviavamo verso la guerra aperta...