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11月14日 The American DreamGli Stati Uniti stanno a me come una scarpa col tacco sta ad un bue - e c'è poco da aggiungere.
Il mio pesante pregiudizio nei confronti del popolo americano, che ho imparato a conoscere, sviscerandolo qualche anno fa nella mia pseudovacanza new yorkese, è certamente un sapore che accompagna ogni mio commento, ogni mio giudizio - più o meno negativo - nei confronti della grande potenza occidentale. Eppure, nonostante tutto, sto ancora qui a parlare della "grande" America, ad analizzare la grande bolla di sapone del sogno americano. Ma il tempo passa, la memoria si affievolisce, e la lente d'ingrandimento di Sherlock Holmes appartiene ormai ai cassetti di un passato mai troppo recente.
Ai tempi, che sembrano già antichi, delle primarie democratiche, ho riso di gusto - e ci mancava davvero solo una manciata di pop-corn - nell'assistere al comico duello elettorale fra la signora Clinton, emblema di una marea di donne alla ricerca della ribalta presidenzale (a dispetto dei cervi primaverili), e il giovane e ruspante senatore Obama, simbolo (neanche troppo scontato) di un oceano di uomini e donne di colore costretti ai margini della società.
Si capisce, il fascino del Bronx batte quello di una cerbiatta, già inquilina della Casa Bianca, com'è risaputo che l'oceano massacrerebbe il mare, se solo arrivassero ai ferri corti. Eppure, le colonne d'Ercole di un obbligato buonismo e di un'ovvia alleanza, fanno dimenticare in un sol momento i dissapori di un'asprissima campagna pre-elettorale, con il belloccio senatore Obama ergersi a nuovo paladino del (delusissimo) popolo democratico americano, con il beneplacito della signora dalle rughe d'oro (la stampa estera sa essere sarcastica) e del suo celeberrimo marito che, ancora invaso da manie di protagonismo, vorrebbe vedere nel Nero-mezzo-Bianco un suo erede, in effetti un figlio stesso della sua politica. Che orrore.
In una tragedia dai contorni ridicoli, ecco che si arriva al gran finale. McCain, il veterano di guerra, s'è liberato in scioltezza dei propri concorrenti, in casa Repubblicana, monopolizzando le attenzioni del proprio partito e del proprio bacino elettorale; dall'altra parte, un tizio di colore, fino a tre anni prima mai visto nella scena politica americana, che la guerra l'ha fatta con una donna di potere, e che l'ha vinta, Obama il Salvatore.
La sfida è emozionante. Così tanto emozionante, che l'americano medio (non smentendo la sua propensione innata al comportamento demenziale e massificato) sente l'irrefrenabile desiderio di andare ad ascoltare i comizi (simili ad esibizioni di un clown troppo cresciuto) del suo beniamino (il vecchietto o il giovanotto?), sventolando assai compiaciuto striscioni e slogan d'ogni genere, per dimostrare la propria vicinanza al pretendente alla White House. Ok, cari americani, vi piace la politica e ve ne do atto, ma perché ridurla - anche quella - ad un gigantesco talk show, dove conta l'apparenza, la finzione, la maestosità?
Bhé... siete americani, non mi sorprendo di niente.
Così, quella notte, tutto il mondo attendeva ansioso il responso elettorale. Chi sarebbe stato il Presidente Eletto? Anche i bookmakers avevano fiutato l'affare. Ma come ogni programma televisivo (di matrice americana) che si rispetti, l'epilogo si conosce già dopo i primi minuti, così, senza colpi di scena, un nero ha battuto lo stereotipo del bianco, ha salutato i suoi nuovi sudditi e s'è posto come un Messia incarnato.
Che bello, che bello... questo Nero tornerà a far volare in alto il nostro SOGNO AMERICANO... come un palloncino pieno d'aria, che sale, sale, sale...
...e presto o poi scoppia. 回應 (2)
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