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4月13日 Odore
Pioveva, pioveva e ancora pioveva, d’una pioggia fitta e beffarda, che crolla dal cielo giust’appunto per infradiciarti la giacca – sembrava pensare, unitamente a qualche probabile bestemmia, un passante, sul cui volto imbronciato mi fermai per qualche tempo a riflettere: gli avrei potuto attribuire non più di cinquant’anni, a primo acchito, ma quella smorfia infastidita, mentre cammina frettoloso e curvo, sotto un giornale disposto a mo’ di cappello sulla testa, lo invecchiava ingenerosamente. Tutti questi pensieri mi giravano sconclusionati nella testa, ma in verità la visione durò poco, perché quello subito sparì dietro un angolo, mentre io ero fermo nella mia auto, addossato al marciapiede: il motore era spento, ma il quadro vigile, tant’è che spesso azionavo i tergicristalli per dare una spazzata al mondo ed alzare il sipario di nebbia, permettendomi di controllare bene cosa m’accadesse lì intorno. Aspettavo, così, da un tempo indefinito, finché non vidi uscire, dal locale che avevo adocchiato da tempo, un uomo, che incedeva platealmente, ben ritto, schernendo la pioggia col suo ombrello, che pareva ripararlo come si conviene, mentre il nugolo di passanti si spostava, come se gli riconoscesse un’implicita autorità. Il novello Mosè della città guadagnò rapidamente metri d’asfalto, finché non si accostò alla vettura, chinandosi un poco per guardare attraverso il finestrino: esitò solo qualche momento, poi aprì lo sportello e, con movimenti collaudati, rimpicciolì incredibilmente l’ombrello, scivolando all’interno dell’abitacolo. Una volta dentro, quando lo sportello si richiuse, riportandomi nel paradiso ovattato degli interni in pelle, l’atteso ospite tenne lo sguardo fisso di fronte a sé e solo dopo un tempo che parve davvero esagerato si voltò per guardarmi in faccia: in un gesto non troppo naturale, ci stringemmo la mano. “Ti ho dato retta…” – prese a dire, lasciando la frase inconclusa come se non servisse aggiungere altro, in un dialogo che si annunciava striminzito almeno quanto i convenevoli che avevano funto da preambolo. “Bene…” – mi limitai ad asserire, tradendo la soddisfazione con un sorriso sinistro, che si faceva largo sul volto come una smorfia ambigua ed, in breve, prese le fattezze di un’orribile ferita, come se sul viso si fosse aperta una voragine, che da sola poteva vomitare in giro le reali dimensioni di quel discorso, stomachevole almeno quanto quel vecchio barbone che camminava per la strada attirando su di sé il generale biasimo della marmaglia. “Non avrei creduto…” – ancora una volta, non terminò il concetto, cambiando espressione come se quella, insieme a quelle poche parole, fosse sufficientemente esaustiva. Sorrisi, ed in quel preciso momento, fra noi due, ci fu il sorpasso: in un immaginario circuito, avevo appena messo a segno un colpo spettacolare e, come per magia, ero diventato più alto, più autorevole ed, in definitiva, migliore di lui. Per diversi secondi assunsi un’aria saccente e fu palese che il ponte che s’era gettato fra noi due aveva unito sponde a diverse altitudini: ero fatto di un’altra pasta, oltre ogni dubbio, e potevo condurre il dialogo da dominatore, da vincente. “Ne ero sicuro, invece…” – iniziai a dire, lasciando ad intendere che di lì a poco avrei concluso l’astrazione, ma temporeggiai volontariamente, per prolungare quel momento di trionfo, come il bambino che sonda con parsimonia le ultime patatine, relegando a quest’ultime un significato speciale – “Allora, com’è stato?” Negli occhi dell’altro si ci poteva leggere lo stato d’animo, d’una eccitazione fuori dal comune, ma riuscì a dissimulare il tutto con un sorriso forzato, cui fece seguire un cenno d’assenso. Gli era piaciuto, era chiaro. Potevo leggergli il pensiero, sì, avrei potuto mettere la mano sul fuoco: sapevo cosa stava pensando. Già me lo immaginavo, al sicuro da occhi indiscreti, in una stanza, magari mal illuminata, di un posto isolato: era lì e vi conduceva qualcuno. I gemiti della donna riempivano quel rudere abbandonato quanto farebbero i latrati di un cane indisponente che disturba il sonno pomeridiano dei suoi padroni, innalzando i lamenti sin da sotto il cortile. Quei gemiti che potevo sentire anch’io, solo guardandolo negli occhi, in quegli occhi diversi, incapaci di camuffare quello che avevano visto e condotto il giorno prima. L’odore di polvere accompagnava il misfatto, mentre immaginavo di essere lì, a “sentire” più che ad osservare: lì, all’angolo del soffitto, c’è la tela di un ragno, mentre di là una sedia con tre piedi; quindi un letto di un’altra epoca, ed ecco che la polvere nelle narici si unisce al tonfo del materasso che si piega sotto un duplice peso. I rumori che si mescolano, e l’odore inconfondibile del sangue che ti solletica il naso, ispirandoti… 回應 (1)
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