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    8月24日

    Occhi

    Apro gli occhi. Mi guardo intorno con l’imbarazzo di chi sa che ha dormito nel letto di qualcun altro e tenta, sbattendo le palpebre qua e là, di riconoscere qualcosa di familiare nella stanza, come se la mano dovesse allungarsi verso un'ancora immaginaria, che possa regalare sospirate certezze, a seguito di un viaggio in un oceano traboccante di incubi. E’ lo smarrimento di un momento, perché basta poco, prima di riconoscere quell’ambiente: sempre il solito, immerso nel bianco delle pareti, che fanno a cazzotti con gli infissi delle finestre e con i pochi quadri, che adornano una camera altrimenti assai spartana.

    Caracollo con lo sguardo alla mia sinistra, cercando di mettere a fuoco il display di una sveglia, che pare farsi beffe di me, nel mettermi al corrente che mi sono svegliato presto. Incredibilmente presto. Sono le sei e mezza del mattino e non ho alcun bisogno di alzarmi a quell’ora, penso. Al solito, avrò preso sonno verso l’una se non più tardi, con le mani che si confondevano nel giallore di un libro troppo poco noto per essere citato. Sprofondo il volto nel cuscino, prendendo a maledire me stesso: so di avere molte ragioni per farlo.

    Ma il tempo dei giochi è finito, così, senza fastidio, prendo il coraggio di alzarmi davvero, di mettere i piedi a terra, e di riprendere confidenza col pavimento di legno: da un mese a questa parte ho cambiato vita, inizio a pensare. E quando penso, succede sempre qualcosa di grave. Così, ho un lungo  momento di catatonia, come se l’assoluto bianco di un muro spoglio, lì di fronte a me, voglia suggerirmi una preziosa verità. No, mi sbagliavo, è solo un mare di nitore che ondeggia sulle pupille rese instabili dal sonno regresso.

    Seccato di essermi svegliato, ancora una volta, così presto e di aver dormito, ancora una volta, poco più di cinque ore, allungo una mano, con fare sicuro, verso la sveglia, disattivandola: è in questo preciso istante che provo un segreto piacere di rivalsa su di lei, su quell'odiata sveglia. Che tu sia maledetta! Mi hai perseguitato per vent’anni con i tuoi schiamazzi, proprio mentre dormivo beato, cullato dalle mie coperte e perso nel mondo incantato dei sogni e dell’incoscienza! Che tu sia maledetta! – seguito a pensare. Quando il mosaico prende la sua forma, ho improvvisa pena di me stesso, ed ecco che mi alzo davvero.

    Vado ad aprire la finestra, scostando le tende, e sorrido come un ebete al sole nascente, come se quello fosse il nostro modo di salutarci: lui mi accarezza con raggi fiacchi e io ricambio la sua gentilezza con le fattezze di un mentecatto. In realtà, a ferirmi il volto è solo la stanchezza e la piena e totale consapevolezza di andare inesorabilmente alla deriva.

    Quando, poi, mi vesto con malavoglia, il pensiero cade inesorabile su un mese prima, circa, ma è tosto scacciato dall'istinto di autoconservazione.

    Mi ero appena abbottonato la camicia, grigia come quel mattino anonimo, quando non lasciai più posto a nulla nella testa, perché, in verità, erano ben altri - i pensieri - ad impegnarmi la mente, in quel momento. Volevo farli fuori, ed immaginavo figurativamente di sparare con una piacente Beretta ad un uomo stilizzato, tutto nero, con inciso sul petto una scritta azzurra che recita “sogno”, mentre ai lati mura senza fine si facevano spazio nel buio di un poligono immaginario - o forse già visto. E' tutto così confuso, adesso. Ogni tanto quella fantasia tornava a bussare alla mia porta, insistente ed invadente, ma io non riuscivo ad oppormi e finivo con il rassegnarmi alla sua sfacciataggine: gli permettevo di entrare nella mia testa, di sbattere i piedi a terra, di correre come un pazzo lungo le mie vene e le mie arterie, fino ad arrivare al petto, aumentandone il battito e ricordandomi a più riprese come sia  esso arido. Era il cuore, quello che sta un po’ a sinistra, a sfigurare le mie giornate altrimenti perfette. Era il cuore, che con il suo battito incessante sembrava volermi schernire e ricordarmi, come una vecchia megera, che per quanto mi sforzi, vivo con una voragine nel petto.

    Scuotevo il capo e mi ripetevo, “dai non farlo, non riguarda solo te stesso”. Me lo ripetevo, mentalmente, così tante volte che alla fine me ne convinsi quasi e riuscii a scacciar via quel Sogno maleducato, che sembrava fatto a posta per rovinarmi la vita. Badai alle mie cose, quindi tornai ad indagare la sveglia: mancavano pochi minuti alle sette. Era ancora prestissimo, per dio. Perché non riuscivo a dormire come si conviene? Perché ero passato dall’essere un ghiro amante d’ogni eccesso ad un santino da scrivania che dorme poco e rifiuta ogni vizio? L’idea di essere rientrato nella categoria del “bravo ragazzo”, col bavero della camicia perfetto e lindo, iniziò a terrorizzarmi e a costringermi a smorfie di disgusto. Con la mente percorsi tutte le follie che avevo fatto in vita, ma era solo un artificio mentale, perché il Sogno invadente era tornato a bussare alla mia porta. Avrei voluto tapparmi le orecchie, ma era troppo aggressivo per ignorarlo. Sospirai, e cedetti, aprendogli docilmente la porta ancora una volta: un senso di angoscia tornò a prendermi d’improvviso, come una ventata d’aria calda in piena estate. In un sol momento, l’opinione che avevo di me stesso mutò radicalmente e iniziai con l’accusarmi d’essere solo un pusillanime, di non trovare gli attributi per fare una cosa così semplice! Sì, ma cosa, dove e quando? Scossi il capo, cercando di auto convincermi che non c’entrava nulla il coraggio, e che avevo in mente un’idea stupida e in quanto tale da non attuare.

     

    L’acqua mi percosse il volto più di una volta, mentre me la sbattevo in faccia con riluttanza: non mi stavo lavando, non di nuovo, ma stavo cercando di far qualcosa di sciocco per scacciare quel Sogno importuno e ficcanaso, ma, ahimè, prese il sopravvento. Mi tormentava da anni, ma mi veniva a far visita di rado, perché non voleva che mi abituassi troppo a lui fino a non farvi più caso, maturandone il callo e l’indifferenza: una tantum, tornava quel Sogno e io mi lasciavo torturare, incapace di oppormi o di mandarlo a quel paese. Il sogno era sempre lo stesso. Una stanza scura e senza finestre, mal illuminata di una luce che proviene da chissà dove, ed in essa io e Lei, solo che Lei mi da sempre le spalle e io la cerco, con gentilezza, con premura, e quando le sono finalmente faccia a faccia realizzo che è tutto inutile, perché comunque  questi segue a guardare il pavimento, fugando il mio sguardo senza possibilità d'appello. L’epilogo può variare di volta in volta, ma ha un fattor comune di certo poco simpatico: è sempre una fine mesta e insoddisfacente.

    Questo Sogno indiscreto è come un colpo di mannaia nel costato, perché finisce col rammentarmi, periodicamente, che la mia vita non è perfetta, che mi manca qualcosa, e che la felicità non esiste o, se esiste, non è fatta per la gente come me, che non crede in niente. Mi ricorda, con meticolosa regolarità, che nonostante tutti i miei successi resto una persona vuota, sterile, perché non sono capace di fare un passo verso quello che desidero davvero, limitandomi a vivere alla giornata, ad accontentarmi di qualche squallido surrogato, e a far finta di niente, rifugiandomi come un viscido mentitore in pensieri mendaci: “suvvia, in fondo non è quello che vuoi”. Quando riesco a pensare un’idiozia del genere, allora rido del modo con cui rido al sole nascente, come un ebete che guarda l’estrazione alla tv ed è convinto che non sta guardando sul serio quei numeri, che guarda caso non ha giocato. Non è possibile, è uscito il 27, ed io ho giocato il 26! Ci deve essere un maledetto errore!

     

    Finisco col ridere di me stesso e di chiudere finalmente la fontana. L’acqua smette di scorrere, ma gocce capienti scivolano sul mio volto rigandolo come lacrime, culminando in stille sul mento che vanno via via ingrossandosi, sino a diventare troppo pesanti e ad abbandonarmi la pelle, congedandosi con un tonfo delicato sul lavandino, che salutano come loro nuovo ed eterno amante. Scuoto il capo, mi faccio schifo e porto l’asciugamano in faccia, più per nascondermi da me stesso che per asciugarmi davvero. Sono consolazioni stupide ed inconcludenti, perché il tempo passa lentamente, mentre tutto intorno a me dorme. Muovo i miei passi verso il comodino, ancora. Mi sento tremendamente masochista in questo momento, perché afferro il telefono cellulare ed accedo alla rubrica virtuale, scorrendo i nomi dalla “A” in giù, giungendo dopo poco, ad un nome ben preciso, già scolpito nella mia testa: sì, sono davvero stupido. Mi scopro a guardare senza alcun senso quel nome, emergere come un colpo nello stomaco, che dal display passa al ventre e provoca vagiti infantili. Vorrei ridere grassamente e insultarmi da solo, ma sarebbe troppo ovvio, così scuoto il capo ancora una volta. “Dai fallo…” – ripeto a me stesso, ma non ho ancora trovato il giusto coraggio per fare una cosa che giusta certo non è. Penso, penso, ancora penso, seguitando in quel dialogo tacito e patetico con me stesso, ma ormai, il fatto stesso che abbia riflettuto così a lungo in via ipotetica all’azione, pare costringermi moralmente ad attuarla davvero, come un rigurgito di coscienza che sai si rifarà vivo, di qui a per sempre, a puntarti il dito contro e a ricordarti come quella mattina t’è mancata l’audacia e la tua vita è proseguita nell’aridità del non detto.

     

    Sospiro.

     

    Mi sento un idiota, ma mi sento anche stracolmo. Porto da troppo quel peso dentro e il desiderio di esorcizzare quel Sogno dispettoso è uno sprono sufficiente che, in quel momento di pazzia, prende forme concrete, in parole e frasi, che disegnano sul mio schermo una poesia che conosco a memoria e che mi ha affascinato dal primo momento che l’ho letta. Ecco, adesso l’sms è finito. Sono lì, con il pollice che indugia sul tasto d’invio. La mia naturale razionalità riaffiora prepotente, e cerca di ammonirmi, mentre la sveglia segna le sette e quindici. Torno con gli occhi sul cellulare, sull’ultimo verso della poesia, sulle mie dita, sul tasto d’invio. Esito, mi manca il coraggio.

     

    Infine, chiudo gli occhi...

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